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'L'Idiota' di F.M. Dostoevskij, tradotto da Laura Salmon

Nel 2013 è uscita in Italia una nuova traduzione de L'Idiota di F.M. Distoevskij, eseguita dalla nota traduttrice Laura Salmon. A febbraio è stata organizzata una presentazione del libro presso la sede moscovita dell'Istituto Italiano di Cultura. L'autore del sito Premio Gorky Stefano Garzonio spiega i motivi per cui la traduzione sensibile e attenta di Laura Salmon non deve assolutamente passare inosservata.
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L'anno 2013 è stato ricco di traduzioni delle opere di Dostoevskij. Già avevo segnalato le due contemporanee traduzioni di Delitto e castigo per Einaudi e Feltrinelli. Ora vorrei occuparmi più da vicino di una nuova traduzione de L'Idiota, realizzata da Laura Salmon per i Grandi Classici Bur (Milano, 2013, pp. 801). Come per Delitto e castigo, anche la traduzione de L'idiota s'innesta in una tradizione traduttiva più che centenaria e che vede tra i vari traduttori Federigo Verdinois, Rinaldo Kufferle, Sergio Balakoucioff, Alfredo Polledro, Maria Rakowska e Gianlorenzo Pacini.
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La copertina della nuova edizione de L'Idiota di Dostoevskij
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La nuova traduzione è accompagnata da una lunga postfazione e da una nota che tende a chiarire con molti esempi concreti i criteri adottati nella traduzione. La postfazione, Dostoevskij e L'idiota: i principi del paradosso, offre un panorama assai dettagliato sulla vita e l’opera del grande scrittore concentrandosi sul tema dei "due Dostoevskij", il prosatore e il pubblicista, sulla sua duplicità d'identità e di scrittura, sul tema della malattia, affrontato anche con il sostegno di studi di psichiatria e sull'epilessia. Convincenti e di lucida chiarezza sono poi le sezioni dedicate al romanzo L'idiota, alla sua genesi, ai suoi personaggi, al tema cristiano, fino poi alla articolata sezione dedicata ai suoi tratti paradossali, le cosiddette "strategie dell'incertezza" sulle quali si costruisce il complesso e misterioso intreccio del romanzo.
 
Ma passiamo adesso alla disamina della traduzione. Laura Salmon è traduttrice di grande sensibilità sostenuta da un solido approccio linguistico, filologico e storico-letterario. E infatti nella traduzione nulla è lasciato al caso. Essa risponde, come scrive Laura Salmon nella nota, a "un dettagliato progetto consapevole, mirato a una ri-scrittura sia esteticamente, sia filologicamente attenta tanto alla componente strutturale e 'intonazionale' del testo dostoevskiano (stilemi, artifici, registri, tropi), quanto al suo potenziale evocativo (cioè alle immagini, alle sensazioni, alle allusioni, alle emozioni evocate dalle parole)".


La traduzione proposta è ispirata al principio dell'attualizzazione del testo, basata su una ricezione per il lettore italiano d'oggi che corrisponda per familiarità pragmatica a quella del lettore russo dell'epoca. Certo la traduttrice si pone il problema della storicizzazione e dello straniamento culturale nella resa di tutti realia russi, per i quali si propongono soluzioni assai variegate. Altro principio è quello della traduzione funzionale, che deve conservare nella lingua d’arrivo lo stesso potenziale comunicativo di ogni singola unità traduttiva minima, tanto da renderla "equivalente sul piano funzionale". Vengono perciò escluse le note del traduttore, considerate un atto arbitrario, tanto che gran parte delle necessarie informazioni sono esplicitate nel testo e i principali interventi "tecnici" sono riportati e descritti nella nota finale. Eguale attenzione è rivolta alla struttura sintattica, alla suddivisione del testo e alla punteggiatura. Rimane certo aperta la questione dei registri gergali e, in particolare, le specificità del linguaggio per distinzione di ceto e di professione. È questo nel russo un tratto che si piega difficilmente ad una resa funzionale, essendo storico-tipologicamente altro rispetto alla distinzione dialettale e regionalistica caratteristica dell'italiano.


Questa in breve il progetto traduttivo, che senza dubbio risulta ambizioso e assai macchinoso nella sua articolazione, creando non pochi problemi al lettore curioso che volesse poi verificare e valutare fino a quanto siano poi convincenti le soluzioni traduttive adottate. Insomma, parlando di "ri-scrittura" è poi necessario verificare se veramente per il lettore italiano di oggi la ricezione del testo sia corrispondente a quella del lettore russo dell'epoca, non solo per le funzioni pratico-comunicative della lingua, ma anche per quella centrale e specifica del fatto letterario che è poi quella "poetica", estetica.


Se andiamo a verificare i tanti esempi di intervento tecnico-traduttivo riportati nella nota del traduttore, ci troviamo di fronte a un lunghissimo elenco tipologicamente assai variegato e nella maggior parte dei casi del tutto convincente. È il caso degli antroponimi e dei toponimi, l'uso delle ripetizioni lessicali, lo spostamento sintattico, la tecnica della compensazione (ad esempio il caso del termine plemjannica esplicitato come "nipote di zio/zia"), la sostituzione funzionale nei calembours, ecc. Ripeto, nella maggior parte dei casi le soluzioni risultano convincenti e appropriate.


Certo non sempre sono sicuro che la ricezione del lettore italiano d'oggi sia equivalente a quella del lettore russo colto dell'epoca. Riporto un esempio. Un caso di esplicitazione. Il passo "…e che la principessa Mar'ja Alekseevna non la sgriderà..." viene reso con "…e che le nostre signore Grundy non avranno da ridire...". Il testo dostoevskiano fa riferimento a un celebre passo de L''ngegno che guaio! di Griboedov che conclude la commedia. La resa di Laura Salmon è una citazione dalla commedia di T. Morton Speed the Plough cui Griboedov si sarebbe ispirato. Mentre per il lettore russo di Dostoevskij il riferimento a Griboedov è evidente, per l'odierno lettore italiano francamente il riferimento a Morton risulta esotico né più, né meno che quello a Griboedov. Ho riportato questo esempio non tanto per criticare il metodo adottato nella traduzione, ma solo per sottolineare le difficoltà oggettive che si incontrano nel rifiutare in modo categorico le note esplicative. In questo caso, a me pare, la scelta esplicativa interna al testo risulta egualmente un atto arbitrario.


In generale la scelta di escludere ogni forma di nota parte dall'assunto ottimistico della completa traducibilità nel tempo e nella cultura. Certo nessuno la pretende per gli autori classici antichi sempre accompagnati da commenti e apparati assai dettagliati. Ma siamo sicuri che Dostoevskij sia per noi più comprensibile di Virgilio? Certo, capisco, quanto dico è paradossale, ma almeno il beneficio del dubbio … E ancora, se partiamo dalla maggiore complessità strutturale del testo prosastico nei confronti di quello poetico, perché prevedere un sistema di apparati critici solo per il secondo e privare il lettore del gusto per l'approfondimento semantico-culturale del testo. Comprendo benissimo che questa posizione possa sembrare orientata verso una sorta di aristocraticismo intellettuale, ma nella prospettiva della traduzione come interpretazione mi sembra essenziale. Il commento al testo, a mio avviso, è comunque un’esperienza ineludibile della traduzione e la tecnica della esplicitazione non sempre, ma in alcuni casi, rischia di essere una soluzione di pura semplificazione. Accanto a questo, e qui concludo, si pone, a mio avviso, la questione del traduttore come co-autore oltre che interprete. Qui è centrale il problema della resa estetica del testo tradotto, della sua interpretazione estetica, analoga alla esecuzione di un brano musicale per il musicista (magari nella pratica dello sposto di tonalità). Al di là dei tecnicismi, la questione è poi quella se il testo mantiene o anche sviluppa (esistono casi di traduzioni superiori agli originali) i parametri di partenza del piano dell'espressione. Nel concreto, e lo dico con piacere, la traduzione di Laura Salmon risulta "eseguita" con penetrante gusto linguistico e letterario, e questo al di là della continua preoccupazione di risultare funzionalmente equivalente. Dirò di più, anche qualche caso discutibile nella resa in italiano risulta talvolta salutare, acuisce il processo di ricezione e ravviva la traduzione. In definitiva la traduzione è paradossalmente un atto di violenza, ma anche di amore, e il primo impulso è senza dubbio quello di misurarsi col testo con passione e anche audacia. E come si sa la fortuna…
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