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I nuovi libri

Stazione di posta #9: Nanni Balestrini, Francesco Pecoraro, Davide Orecchio

Cari amici,

dopo un lungo intervallo torno volentieri a farvi visita con una borsa carica di libri italiani usciti nell’ultimo periodo. Negli appuntamenti precedenti ho cercato di proporvi dei percorsi di lettura sufficientemente organici, raccogliendo le novità più interessanti di volta in volta attorno a temi cruciali come il rapporto tra la generazione dei padri e quella dei figli, prendendo in considerazione problemi "tecnici" come il rapporto fra prosa e verso, o tratteggiando lo sviluppo di generi specifici come la letteratura di viaggio. Con questa nuova puntata intento dare inizio a una piccola serie che raccoglierà le novità letterarie uscite nel nostro paese, invece, intorno a un problema che disegna anche un tema; e finisce per dar vita, altresì, a un genere letterario (un genere antico e prestigioso, ancorché di recente presentatosi piuttosto appannato – ma che pare appunto conoscere, negli ultimi anni, una rinnovata lena).
 
Il problema in questione è quello della rappresentazione, nei testi narrativi, della nostra storia recente. Una connotazione, quest'ultima, che non può essere considerata meramente tematica (l'opzione, voglio dire, per un determinato episodio del Novecento al posto di una vicenda lontana nei secoli, come poteva essere – nel caso, per esempio, del canonico romanzo storico italiano, I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, pubblicato in due versioni molto diverse nel 1827 e nel 1840 – quella dell’occupazione spagnola nella Lombardia del Seicento: la quale peraltro, nei casi artisticamente rilevanti, non escludeva e anzi incoraggiava un riverbero preciso, di natura metaforica o più precisamente allegorica, sul presente e sulle sue urgenze politiche e culturali. Come sintetizzava sapidamente – impiegando un modo di dire italiano non so quanto traducibile – Carlo Emilio Gadda, il nostro maggior narratore del Novecento che di Manzoni era grande cultore, nei Promessi Sposi si parla "di nuora perché di suocera si possa intendere": cioè attraverso il riferimento alla Spagna del Seicento si poteva intuire che era alla nuova dominazione straniera della Lombardia in corso ai tempi di Manzoni, quella austriaca, che la narrazione alludeva. Procedimento non troppo diverso, ma spostando l'azione nello spazio più che nel tempo, aveva adottato del resto lo stesso Gadda nella sua Cognizione del dolore – a proposito della Brianza dominata dalle squadre fasciste – ambientando la vicenda di un personaggio squisitamente autobiografico, Don Gonzalo Pirobutirro, in un Sud America d'invenzione).
 
Non può essere semplicemente contenutistica, la scelta della storia recente, perché essa affonda le sue radici nei traumi di quello che è stato definito, dallo storico britannico Eric J. Hobsbawm, "il secolo breve" (traduzione italiana di un titolo originale ancora più pregnante, The Age of the Extremis): traumi che, più che storici, si possono a pieno titolo considerare ancora appartenenti alla memoria individuale (o famigliare), oltre che collettiva, degli autori dei nostri libri. I quali infatti sono tutti nati, e si sono letterariamente formati, appunto nel corso del Novecento: quando le conseguenze degli eventi consumatisi sono ancora in corso, le ferite di allora non sono rimarginate, le memorie relative tutt'altro che consegnate alla polvere degli archivi. Un ricorso alla memoria, personale o famigliare, non esclude peraltro che, nei confronti delle vicende narrate, lo scrittore possa adottare anche un filtro di tipo allegorico (o, come vedremo, che possa valersi insieme di fonti documentarie, scritte, che in genere caratterizzano invece il racconto storico tradizionalmente inteso). Più ci si avvicina al presente, del resto, più la differenza – tra passato e presente – si attenua: ma sono proprio le sfumature, le piccole incongruenze, le inclinazioni pressoché impercettibili, a farsi decisive: in un'ottica microscopica, oltre che macroscopica, com'è quella letteraria.
 
Da questo punto di vista, non può non essere significativa la differente età dei primi tre autori qui passati in rassegna: se i primi due hanno visto coi propri occhi gli eventi che raccontano, o eventi molto simili a questi, il terzo autore, che è più o meno un mio coetaneo, ha con le vicende che gli stanno a cuore un rapporto già mediato, si può immaginare, dalle memorie famigliari (o, come vedremo, dal repertorio letterario). La distanza cronologica dagli eventi, insomma, ha conseguenze inevitabili sui toni coi quali i fatti sono narrati e i personaggi tratteggiati; e più in generale sull’inclinazione prospettica dalla quale quella storia – quella memoria – si riverbera sul nostro presente. È nato nel 1935 Nanni Balestrini, autore di Carbonia. Eravamo tutti comunisti (Bompiani 2013); è esattamente di dieci anni più giovane Francesco Pecoraro, autore de La vita in tempo di pace (Ponte alle Grazie 2013); è del 1969 invece Davide Orecchio, autore di Città distrutte. Sei biografie infedeli (Gaffi 2012; nella prossima puntata prenderò in esame, invece, il suo ultimo Stati di grazia, il Saggiatore 2014). Naturalmente la differenza d'età, che è un dato oggettivo, è solo un primo elemento da tenere in considerazione: perché, come dimostra la distanza – assai più che decennale – fra Balestrini e Pecoraro, i percorsi letterari non seguono sempre (e anzi, quasi mai) la materialità dell'anagrafe. Mentre Balestrini è un classico contemporaneo – è già in piena attività negli anni Cinquanta e il suo primo libro di poesia, Il sasso appeso, esce nel 1961 (il suo primo romanzo, Tristano, nel '66); nel 2013 è uscito un "Oscar" Mondadori (a cura di Ada Tosatti) dal titolo Antologica. Poesie 1958-2010 e da tempo è in corso la pubblicazione delle sue opere complete presso l'editore DeriveApprodi di Roma –, Pecoraro (architetto per formazione e a lungo impiegato come tale nell'amministrazione pubblica della mia città, Roma) esordisce a più di sessant’anni d'età, nel 2007, con la raccolta di racconti Dove credi di andare (pubblicata da Mondadori) ed è solo dopo due altri libri (i testi raccolti dal suo blog, Questa e altre preistorie, raccolti nel 2008 nella collana da me diretta, fuoriformato, allora pubblicata da Le Lettere di Firenze e oggi da L'orma di Roma; e le poesie di Primordio vertebrale, Ponte Sisto 2012), con La vita in tempo di pace appunto (che nel 2014 consegue il premio Viareggio ed è finalista al Premio Strega), che raggiunge un buon successo e una notorietà a livello nazionale: segnalandosi per la critica più avvertita, ormai, come uno dei nostri maggiori scrittori in attività (l'importante rivista Allegoria ha in preparazione un numero in parte dedicato a lui). Così che, inevitabilmente, lo sguardo dei due autori, in parte posto sulla stessa situazione (le rivolte studentesche e operaie della fine degli anni Sessanta), risulta assai diverso (anche se, come vedremo, certe scelte stilistiche di Pecoraro possono essere lette come debitrici, in una certa misura, nei confronti di determinati procedimenti impiegati da Balestrini).
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Nanni Balestrini. Carbonia. Eravamo tutti comunisti. Bompiani, 2013
 

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La genesi di Carbonia, ultimo in ordine di tempo fra gli ormai molti testi narrativi pubblicati da Balestrini, risale al '73-74 (menzionati sono il golpe in Cile, la crisi petrolifera, eccetera): come nel primo romanzo di questa serie, il celebre Vogliamo tutto pubblicato nel ’71 da Feltrinelli (la casa editrice di estrema sinistra nella cui redazione da tempo Balestrini lavorava; l'anno seguente il proprietario, Giangiacomo Feltrinelli – da tempo entrato in clandestinità e unitosi a gruppi di insorti "guevaristi" –, verrà ritrovato morto in cima a un traliccio della corrente elettrica a Segrate, nei pressi di Milano; le circostanze di questa morte non verranno mai del tutto chiarite; al "caso" Balestrini, che era stato anche suo amico personale, dedicherà nel 1989 un romanzo dal titolo L'editore), si basa sulla registrazione diretta della voce di un testimone: un personaggio individuato come emblematico non solo di una classe sociale ma anche di quella che, in termini filosofici, diremmo una "forma di vita": col suo sistema di valori, colla sua ideologia evidentemente, ma anche coi suoi tic caratteriali e, soprattutto, linguistici. Tutto concorre insomma, nel sottile lavoro di montaggio di Balestrini, a dar vita a una vera e propria personalità linguistica: che però si fa, in questi libri (altri simili, ancorché dall’impostazione più corale, sono Gli invisibili del 1987, dedicato ai militanti dell'estrema sinistra finiti nelle carceri italiane; I furiosi del 1994, che registra le voci dei tifosi ultras delle squadre di calcio negli stadi; e Sandokan, storia di camorra del 2004, che affresca l'universo malavitoso della camorra campana portando anche in scena, però, qualcuno che tenta di opporglisi), altresì un "manifesto" politico.
 
Se in Vogliamo tutto il protagonista era un immigrato meridionale catapultato nel contesto alienante della grande fabbrica tayloristica (il gigantesco stabilimento della FIAT a Mirafiori, vicino Torino), che prendeva clamorosamente la parola rivendicando – come dice il titolo – una vocazione sovversiva destinata a non accontentarsi di nessun compromesso, di nessuna "concertazione" sindacale, in Carbonia la voce-protagonista è un minatore del Sulcis, la poverissima regione carbonifera della Sardegna: che, ascoltata a quarant'anni di distanza, fa davvero l'effetto di un revênant. Come l'operaio di Vogliamo tutto, che veniva dal Sud, il narratore di Carbonia emerge da Sotto, letteralmente da sottoterra: la sua voce, dura e cantilenante, ha il colore tenebroso delle più spaventose, ctonie profondità. La "macchina enorme tutta automatica", "la più grande talpa del mondo" che "scava […] la collina dove passerà il treno della direttissima Roma-Firenze" è allora macroscopico correlativo oggettivo dell’ideologia sottesa al testo (rinverdendo la celebre metafora che già Marx parafrasò dall'Amleto: "la vecchia talpa che scava tanto rapidamente, il grande minatore: la rivoluzione"). Ci si ricorda delle poesie dall'esilio, del Balestrini post-7 aprile (il processo politico che nel 1979 condannò per favoreggiamento nei confronti dei gruppi terroristici tutta una serie di esponenti della politica e della cultura collocatisi fuori dalla sinistra parlamentare; Balestrini si rifugiò in Francia e vi rimase sino al 1984, quando fu prosciolto dalle accuse e poté tornare in patria), intitolate (con gioco di parole già attestato nell'amato Foscolo…) Ipocalisse (le pubblicò nell’86 Vanni Scheiwiller): la rivelazione, la prospettiva di una liberazione a venire, il sogno di una cosa, in questa prospettiva non può venire che dal basso, da sotto.
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Nanni Balestrini
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Anche quella del minatore di Carbonia è una voce "epica" in quanto collettiva ("tutta quella grande massa di minatori eravamo tutti comunisti"); ed è in effetti come massa che, con durezza d'acciaio, si oppone alle riduzioni di salario o, più avanti, agli sfratti dei padroni (con una scena di battaglia urbana che nulla ha da invidiare, per respiro epico appunto, a quelle celebri del finale di Vogliamo tutto). Ma – a differenza del suo predecessore – questo personaggio è dotato di un passato (nel romanzo del '71, invece, relegato alle premesse) nonché di un futuro ("continueremo sempre a lottare perché siamo noi che dobbiamo vincere alla fine", suona il finale), dunque anche di una soggettività individuale: la quale ci offre, per esempio, visioni laceranti del tempo di guerra (sbandato della Regia Marina e partigiano sulle Alpi Apuane, il futuro minatore viene fatto prigioniero dai tedeschi e chiuso in un Lager dove ne vede di tutti i colori) e dei non meno micidiali stenti di subito dopo la guerra. L'unità ritmica delle "lasse", poi, è molto più definita e cadenzata di quelle di Vogliamo tutto: con riprese in clausola, echi interni e altre simmetrie (a tratti, sin quasi preziosistiche). Si sente insomma che, di mezzo, c'è stata l'esperienza del Balestrini narratore più maturo e consapevole (dagli Invisibili a Sandokan).
 
Si sentono, soprattutto, i tanti anni passati da allora. Non c'è più, si capisce, l'urgenza di quando era imminente la rivoluzione (o così a qualcuno poté sembrare); e a quel tempo che ci appare remotissimo, fossile, si guarda come si guarderebbe alla stele lasciata da un popolo sconfitto e disperso: colla curiosità straniata di chi va appunto a "riprendere" le "cose sempre nuove" di un tempo, "dopo che sono rimaste lì tanto tempo e magari sono maturate oppure marcite, chi lo sa" (cito da un’intervista di recente rilasciata da Balestrini alla rivista Atti impuri). Alle volte si fa fatica a capirla, la furia di questo "egizio", da noi così distante nel suo – ancora e sempre – volere tutto. Ma a colpire è soprattutto quanto la sua stele ci mostra per contrasto: il piatto accontentarsi del poco, del peggio, cui da un pezzo ci siamo assuefatti.
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Francesco Pecoraro. La vita in tempo di pace. Ponte alle Grazie, 2013
 

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Come si accennava anche una parte importante del primo, fortunato romanzo di Francesco Pecoraro, La vita in tempo di pace, è dedicata al clima di tensione e di scontro che si produsse in Italia sul finire degli anni Sessanta: con le rivolte studentesche del 1968, quelle operaie dell'anno seguente, e la durissima reazione poliziesca che ne seguì (cui diede una mano decisiva la cosiddetta "strategia della tensione" iniziata col gravissimo attentato dinamitardo alla Banca di Piazza Fontana, a Milano, proprio alla fine del '69, e proseguita negli anni successivi con ulteriori, gravi stragi – l'ultima e la più sanguinosa nell’agosto del 1980, alla Stazione di Bologna – delle quali mai sono stati individuati con chiarezza esecutori e mandanti, sempre "coperti" da apparati più o meno "deviati" dello Stato…), sino al culmine raggiunto, nel '79, col citato processo "7 aprile". In particolare un lungo capitolo-racconto è dedicato alla descrizione dell’episodio forse più noto della guerriglia urbana che si svolgeva allora, quasi quotidianamente, a Roma. Si parla della cosiddetta "battaglia di Valle Giulia" del marzo del '68: nel bel mezzo della quale il protagonista del romanzo, l'ingegnere – allora studente – Ivo Brandani, si trova confuso e smarrito come Fabrizio Del Dongo a Waterloo, nella Certosa di Parma di Stendhal; finché, colto da un attacco di panico, si dà alla fuga. Ma per descrivere quel clima di confusione, ambiguamente sospeso fra una violenza respingente e un senso di partecipazione collettiva non meno che euforizzante, Pecoraro usa le frasi e gli slogan della pubblicistica politica dell'estrema sinistra dell'epoca: con un montaggio di spezzoni che può ricordare, a tratti, la tecnica del cut-up di materiali scritti che Balestrini ha impiegato in diversi suoi testi, per lo più poetici (ma anche nel primo romanzo, Tristano del 1966, e nei suoi testi forse più suggestivi dal punto di vista tecnico, collocati a metà strada fra la sua produzione narrativa e quella specificamente poetica: La violenza illustrata del '76 e Blackout del 1980).
 
Ma è solo uno degli episodi, questo, in cui il protagonista (che mutua molte caratteristiche, ideologiche e linguistiche, appartenenti all’autore stesso; in più punti, però, da lui sottilmente distanziandosi) rievoca le stazioni-chiave della sua esistenza: procedendo a ritroso dal presente – per l'esattezza, in verità, un ravvicinatissimo futuro (nel quale, in un "mondo ridotto a diorama di se stesso", lavora – traboccante il più amaro sarcasmo possibile – alla realizzazione di una falsa Barriera corallina in luogo di quella, ormai estinta, che si trovava al largo di Sharm el-Sheikh) – e passando per l'interminabile Tempo di Pace (un tempo di rinunce e ripiegamenti, un tempo "che non crede a niente" e s'è ridotto a "denaro allo stato puro") e la corruzione, nei cinici e opportunisti anni Ottanta, d'una generazione che aveva sperato di cambiare il mondo, sprofonda in un tempo sempre più remoto e favoloso – i felici anni Sessanta delle vacanze al mare: unico elemento, questo, dal quale il suo corpo e la sua psiche, irrimediabilmente danneggiati, sembrino trovare lenimento – sino a incontrare il punto di partenza, il trauma storico che è all'origine di quel "groviglio" che chiamiamo Italia: sprofondando dal "tutti-contro-tutti della vita in Tempo di Pace" sino al cuore di tenebra della Guerra, quella degli anni Quaranta in cui Ivo è nato, appunto (il buco nero, la "Buca di Bomba" di un Assoluto Passato che, nella psiche, non è mai davvero passato). Emblema del Tempo di Guerra, la forma pura di un mitico aereo da caccia, il britannico Spitfire: simbolo positivo, perché formalmente compiuto, d'un secolo coraggioso e sanguinario; come lo è in forma negativa, nella sua memoria torturata, l'Uomo della Guerra, colui che Ivo odia col nome di Padre: e i cui lineamenti tormentosi, ogni giorno di più, spia affiorare dallo specchio. Ed è appunto in aeroporto prima, in aereo poi, che Ivo consuma le proprie ultime ore riavvolgendo, come si dice facciano i moribondi, la pellicola della sua vita. La sua nevrosi, il panico che gli lacera le viscere, come aveva capito Winnicott non ha rimedio perché la catastrofe che teme è già avvenuta. E quel che resta della vita di Ivo, ormai, non è altro che un avvitarsi a ritroso, un risalire a "prima e prima"; scavando sempre più, alla radice di se stesso, l'origine di quella ferita che lo uccide.
 
Il nome "Spitfire", poi, allude anche alla forza martellante di una scrittura-espettorazione che, specie nella "cornice" ambientata al presente, "spara" continui colpi sferzanti ai luoghi comuni consolatori del nostro tempo, e così facendo smantella pure il sistema di costruzioni difensive che l'ormai quasi anziano protagonista, col tempo, ha innalzato attorno a sé (nel lavoratissimo incipit, evocato è l’assedio di Costantinopoli col quale i Turchi, nel 1453, posero fine al decrepito Impero Romano d'Oriente). In questo modo Pecoraro ha scritto, forse al di là delle sue intenzioni, davvero un romanzo storico: agli antipodi, s'intende, della cartapesta di consumo. Il mareggiare della sua scrittura travolgente riesce a catturare, nella filigrana delle ossessioni di un singolo, l'algoritmo, il pantografo storico appunto, che – applicato a un'intolleranza individuale, a un'epidermide di continuo urticata da un’isterica intolleranza al presente – progressivamente ne fa, lungo i circoli concentrici d'una sofferenza sempre più iperbolica, la diagnosi – esattissima proprio in quanto irriducibilmente idiosincratica, visionaria – del "male oscuro" di una Nazione.
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Davide Orecchio. Città distrutte. Sei biografie infedeli. Gaffi Editore in Roma, 2012
 

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Ancora più grande è la distanza, non solo anagrafica, che corre tra Francesco Pecoraro e Davide Orecchio: il cui libro d'esordio, Città distrutte. Sei biografie infedeli, è stato nel nostro paese il "caso" letterario del 2012 (così come La vita in tempo di pace, appunto di Pecoraro, lo è stato del 2013, e La gemella H di Giorgio Falco – del quale parlerò nella prossima "Stazione di posta" – del 2014). Un "caso" che ha avuto una lunga gestazione: non solo perché la mole delle ricerche, e la scrittura elaboratissima, che hanno reso possibili le "biografie infedeli" di Città distrutte, rimontano verosimilmente a diverso tempo fa. Ma anche perché, prima di vedere la luce, il libro di Davide Orecchio (infine pubblicato da un piccolo editore di ricerca di Roma, Gaffi) ha avuto in sorte, come lo stesso La vita in tempo di pace di Pecoraro) una quantità di rifiuti editoriali che tanto più fanno specie da parte di editori che, nello stesso tempo, hanno dato credito ad "autori" i quali, di fronte al suo libro, non dovrebbero far altro che arrossire. Ma che hanno preceduto, alla pubblicazione, il tam tam dei lettori entusiasti che hanno spinto il libro sino a vincere premi importanti.
 
Sarebbe il caso di interrogarsi sulle ragioni per cui libri – come quelli di Orecchio e Pecoraro, o Mio salmone domestico di Emmanuela Carbè, di cui ho parlato in una precedente "Stazione" – in precedenza considerati "impossibili" non solo negli ultimi anni siano usciti, ma abbiano ricevuto un ascolto così caloroso. Si ha l'impressione che i lettori si stiano rimpossessando di un'autonomia di giudizio che il saldarsi dei potentati editoriali e dei loro mai discussi conflitti d'interesse, nel decennio precedente, aveva fatto di tutto per intorbidare. Più nello specifico, è probabile che a una formula letteraria certo non semplice, come quella di Orecchio, si sia prestata attenzione per la sempre maggiore fortuna che anche da noi hanno conseguito, da tempo ormai, due tradizioni dalla diversa (e per certi versi contrapposta) genealogia: e che nella sua scrittura s'incontrano, e s'intrecciano, in un'armonia ricca e strana.
Da un lato la cosiddetta non-fiction: ossia la scrupolosa ricostruzione documentaria di vicende e personaggi – della cronaca presente o del passato più o meno remoto – che la memoria collettiva ha dimenticato (o, semplicemente, mai registrato). Da Capote a Vollmann passando per Sciascia, questo genere a lungo considerato minoritario si trova oggi al centro del sistema letterario, riscuotendo consensi pressoché unanimi (si pensi al trionfo di un testo affascinante, ma in sé piuttosto semplice, quale il Limonov di Emmanuel Carrère). Le storie che attirano l'attenzione di Orecchio sono quasi tutte "oppresse dalla disgrazia d'essere accadute" (come dice lui, parafrasando uno dei suoi phares, Danilo Kiš). E, come in tanta altra non-fiction contemporanea, campo d’azione privilegiato di Orecchio – storico per formazione accademica ma, direi, soprattutto per "missione": vocazione affettiva e tensione morale – è la storia del Novecento. Una storia "calda" di passioni viscerali: una storia "passata contropelo", per dirla con Walter Benjamin, col soffermarsi di preferenza su figure di sconfitti, di preteriti, di sommersi. Una storia – lo accennavo all'inizio – che non è ancora, propriamente, del tutto storia: perché mantiene con chi scrive – e con noi che leggiamo – legami emotivamente troppo forti perché le si possa applicare il distacco che agli storici perterrebbe. Ed è proprio questo il caso: se è vero che, fra le "biografie infedeli" di Città distrutte Orecchio ha introdotto, tacitamente, anche quelle di suo padre e di sua madre.
 
Se questo legame può venire dissimulato, è perché Orecchio manipola questi materiali nel modo più capzioso, a partire dall’onomastica: magari attribuendo a certi personaggi frasi e azioni appartenute in realtà ad altri (il personaggio materno è per esempio adombrato sotto il nickname, disvelato dalla nota finale, di "Betta Rauch"). Ed è proprio questo il portato dell'altra tradizione che Orecchio fa reagire con la non-fiction: quel fascino per l'apocrifo, l'interpolazione e il pastiche, quel gusto insomma per la mistificazione e la "menzogna" in cui s'è riconosciuta, nel secondo Novecento, una filiera precisa di scrittori – a partire ovviamente da Jorge Luis Borges. Modello evidente, questo, non solo per il corredo erudito e pseudoerudito allegato con puntiglio ai testi, ma anche per certa intonazione poetica e concettosa della prosa; e modello che Orecchio magari vira d'un survoltaggio emotivo e "realvisceralista", simile a quello cui l'aveva sottoposto Roberto Bolaño (non sarà allora casuale l'attenzione per i poeti – sconfitti e preteriti per vocazione e destino –, come nei Detective selvaggi e in altri testi dello scrittore cileno).
 
Due vettori divergenti, la vocazione di storico, scrupoloso critico delle fonti, e il gusto per il travestimento e la mistificazione. Tanto che, per una formazione di compromesso, Orecchio s'è dovuto inventare tutto un sistema di virgolette diverse, a seconda se le frasi che riporta siano "vere", "inventate" o "deviate": scrupolo paradossale, a ben vedere, dal momento che il lettore comune – sprovvisto, voglio dire, d’una biblioteca da storico di professione – non potrà far altro che prestare fiducia, in ogni caso, alla parola di un falsario dichiarato. Ma lo scrupolo è psicologico: a proprio uso e consumo. Così "trattati", i personaggi delle "biografie infedeli" di Orecchio si fanno "portavoce" (nomen omen, allora, il suo) di un tempo collettivo che ha per none, appunto, storia. E il continuo scambio fra realtà e immaginazione, che tanto ci affascina in questi testi, Orecchio lo allegorizza splendidamente con l'explicit commovente del primo, nonché forse il più bello, fra i racconti di Città distrutte: in cui una desaparecida argentina bella d'aspetto e di sventura, l'indomita Éster Terracina, sceglie di scambiare la propria salvezza con quella di una donna che le somiglia – per salvare, con lei, la vita dei suoi figli. Cioè di quelle generazioni future che un giorno, forse, prenderanno in mano i nostri libri. Perché, come conclude "Betta Rauch", "se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite".