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I nuovi libri

Stazione di posta #8: Laura Barile, Antonella Anedda, Emmanuela Carbè

Cari amici,
 
i tre libri che vi propongo sono accomunati anche dall'essere opera di tre donne, appartenenti a tre generazioni diverse, che bene incarnano tre differenti interpretazioni della Nuova Letteratura di Viaggio di cui trattava la scorsa Stazione di posta. Ad accomunarle è anche il fatto che si tratti di tre studiose e saggiste, oltre che scrittrici "in proprio": il che comporta inevitabilmente un'assunzione di responsabilità e una consapevolezza acuta, nei confronti dei materiali culturali che, ormai inevitabilmente come abbiamo visto, ogni viaggio porta con sé: Laura Barile, Le frontiere del Caucaso (nottetempo 2013), Antonella Anedda, Isolatria. Viaggio nell'arcipelago della Maddalena (Laterza 2013), Emmanuela Carbè, Mio salmone domestico. Manuale per la costruzione di un mondo, completo di tavole per esercitazioni a casa (Laterza, 2013).
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Laura Barile. Le frontiere del Caucaso. Nottetempo 2013


Nata e cresciuta ad Alessandria d'Egitto, anche in qualità di studiosa Laura Barile (che insegna Letteratura italiana all'Università di Siena, ed è fra i maggiori interpreti di poeti come Eugenio Montale e Amelia Rosselli) nutre una passione per lo sconfinamento e l'erranza – in primo luogo linguistica. Ogni volta che si accosta a un autore sa metterne in luce la fertile esitazione fra identità e sradicamento, scrittura e traduzione, "io" e "altro" (da ricordare un suo saggio dal titolo eloquente, Oltreconfine. Incursioni nelle letterature europee, Pacini 2008). Dopo l'esordio nella narrativa (coi racconti di Oportet, Marsilio 1997) ha saputo restituire la "sua" Alessandria – luogo cantato da tanti grandi del Novecento – trasmettendo ai lettori umori e fragranze, di quel crocevia di identità e di culture, in un testo a metà fra memoria e affabulazione come Il resto manca (Aragno 2003).
 
Non stupisce insomma che abbia voluto cimentarsi, quest'autrice "errante" che è Laura Barile, con la scrittura di viaggio. Lo ha fatto con Le frontiere del Caucaso: un libro breve ma – come tutti i suoi – affollato, gremito, ronzante di nomi, voci, memorie. Una volta Raffaele Manica, trattando di un maestro del genere nella nostra letteratura di primo Novecento, Giovanni Comisso, ha riassunto umorosamente un tòpos critico che suddivide gli scrittori di viaggio fra quelli con "bagaglio leggero", volatili e umorosi, e quelli invece che dietro si ostinano a portare con sé tutti i materiali con cui hanno già fatto, a priori, l'itinerario che li attende. Con tutta evidenza appartiene a questa seconda famiglia, Laura Barile, che non a caso esordisce: "I viaggi si portano dietro i libri. I libri sono il prolungamento del viaggio". Ma non è priva di conseguenza la particolarità per cui a lei piace leggere, dei luoghi, soprattutto dopo averli visitati di persona.
 
Il viaggio più impegnativo, dalla scrittura più echeggiante, è quello che dà il titolo al libro e si svolge fra Georgia, Armenia e Azerbaijan (alla frontiera le sequestrano Viaggio in Armenia di Mandel’štam… inutili le proteste "È un poeta russo di un secolo fa!... È morto! Sono poesie!"… ha ragione lo stolido doganiere: è davvero merce pericolosa, quella…). Si tratta di terre "calde", ieri come oggi: terre al centro di contese politiche e militari che ne sottendono, di più sottili e insidiose, calate nelle viscere – culturali e linguistiche – di un paesaggio di struggente bellezza. Per mostrare – con un esempio, su questa sede, direi obbligato – la stratificazione culturale che caratterizza ogni pagina che Laura Barile dedica ai luoghi che attraversa, scelgo il nono dei quattordici tableaux di cui si compone Le frontiere del Caucaso: partendo dal libro dedicato da Matthew Spender al grande pittore armeno trapiantato in America Arschile Gorky, al secolo Vostanig Adoian, Barile in rapida successione descrive la regione circostante la città di Vostan (dalla quale l'artista aveva preso il proprio nome anagrafico), sulle rive del lago di Van (ora in territorio turco), e racconta la vita esaltante e dolorosa di Arshile – il quale negli Stati Uniti si spacciava nipote di colui dal quale prese il nome d'arte, ovviamente Maksim Gorky –, la sua battaglia per affermare l'arte astratta, il suo "disprezzo per l'individualismo che caratterizza gli artisti occidentali, e viceversa il suo fortissimo senso di appartenenza alla comunità" (di qui forse la sua ammirazione per l'autore di Bassifondi): sino alla resa alla malattia, la fuga, il suicidio.
 
Seguono due diversi "ritorni", in luoghi diversamente già noti all’autrice: nell'Egitto natio (a El Alamein, il luogo in cui nel 1942 si svolse la battaglia in cui l'esercito del regime fascista venne sbaragliato dalle truppe inglesi e iniziò il crollo repentino delle forze armate italiane nella Seconda guerra mondiale: e dove "la memoria ha preso la forma di campi minati nel deserto") e nell'Algeria di due autori amatissimi come Vittorio Sereni e Albert Camus (il cui deserto dall'alto può apparire simile, per colori e campiture, alla pittura lancinante di Rothko o De Staël: autore, questo, amatissimo dallo stesso Sereni…). L'ultima pagina del libro, a sorpresa, riporta la ricetta di un dolce algerino colmo di sapori diversi – tè alla menta, zucchero caramellato, chiodi di garofano… –: perfetto corrispettivo di questa scrittura densa, speziata, sempre seducente.
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Antonella Anedda. Isolatria. Viaggio nell'arcipelago della Maddalena. Laterza, 2013


Già conoscono bene, i nostri amici del Premio Gorky, la sensibilità e la cultura sottilissime di Antonella Anedda. Ci sono tre autori, fra i molti che lei – altra viaggiatrice "pesante", ma in modo diversissimo da Laura Barile – cita nel libro dedicato al luogo delle sue più remote origini famigliari, e in cui da qualche anno ha scelto di risiedere per metà del suo tempo, Isolatria. Viaggio nell'arcipelago della Maddalena, che possono aiutarci a identificare i caratteri più pregnanti di questa sua scrittura. Il primo è l'Umberto Saba di Scorciatoie e raccontini. Come Saba nel primo Novecento Anedda è poeta fra i maggiori del suo tempo; eppure proprio come Saba – secondo me – il meglio lo dà quando scrive in prosa: in scritture brevi, lampeggianti e inclassificabili come questa. Dove splende, come una luce delle cose (questo il titolo del secondo libro di prose di Anedda, uscito da Feltrinelli nel 2000), quella che Saba appunto definiva – con ossimoro esattissimo – la "serena disperazione" di chi scrive. Dall'onda mareggiante del reale, così spesso frastornante e schiacciante, un luogo come un'isola può fungere da protezione o, per usare una parola-concetto ad Anedda carissima, come un "recinto": ambivalente "intreccio di eden e ansia". Figura della solitudine e della separazione, l'isola essenzialmente ci ricorda – secondo Gilles Deleuze – "che si è soli e perduti". E ciò malgrado (o proprio per questo) può divenire oggetto, l'isola, di una devozione quasi mistica e, insieme, perversa: insomma di un'idolatria (questo il calembour che dà il titolo al libro).
 
Il secondo degli autori-guida è W.G. Sebald, il grande autore tedesco (ma trapiantato in Inghilterra, e ivi precocemente scomparso nel 2001) di libri analogamente inclassificabili come Gli anelli di Saturno e Austerlitz, del quale è citato Le Alpi nel mare: un mirabile frammento dedicato alla Corsica, l'isola appartenente al territorio francese che dista solo un braccio di mare da quest'isola nell’isola della Sardegna che è la Maddalena; ma che, più in generale, davvero può ricordare la relazione continua, accurata quanto accorata, che Anedda sa cucire fra parole e immagini (anche quando, come in quel testo di Sebald o in questo suo – a differenza che nel capolavoro La vita dei dettagli, uscito da Donzelli nel 2009 e giustamente considerato già un classico del nuovo secolo –, immagini materialmente non siano convocate fra le pagine). Ma che a lei è servito soprattutto, scrive Anedda, per "la sua capacità di entrare in relazione con gli spettri delle cose" e il suo "trattare se stesso come uno degli spettri". E davvero, col tempo, la scrittura di Anedda appare essersi decantata da sé (a un certo punto cita l’artista americana Jenny Holzer: "più invecchio e meno sono interessata a me stessa") sino a divenire un modello – per tanti autori più giovani – di lirica espansa: che appare cioè alienata dalla personalità soggettiva di chi scrive e, ciò malgrado, mantiene appunto tutta l'intensità "fisiognomica" della lirica. Per questo si addice, a un'autrice come Anedda, l’esperienza del viaggio: durante il quale si fa sempre esperienza della mutevolezza continua del paesaggio, e con esso della coscienza che lo contempla (citato è infatti Montaigne, il grande autore degli Essais carissimo pure a un altro maestro di lirica espansa come il Vittorio Sereni di Stella variabile). Un'esperienza che "ci dimostra che quello che chiamiamo io non esiste". Così come il vento, dal quale nelle isole non c'è riparo, l'acqua è correlativo oggettivo di questo sperdersi, di questo fondersi in un elemento che ci trascende e ci dimentica: "L'istinto è buttarsi di testa, inghiottire il verde e l'azzurro, sentire l'onda provocata dal tuffo nelle orecchie. In quello scendere il tuo io diventa ciò che è: non è importante, sta solo dentro la candela del corpo".
 
L'ultimo phare, fra quelli convocati in questo piccolo e magnifico libro, non è uno scrittore ma un grande maestro del nostro cinema, Michelangelo Antonioni: che in quello che è forse il suo capolavoro, L'avventura (1960), a sua volta aveva inscenato "l'isola di un'isola", quella disabitata di Lisca Bianca, che si trova al largo della Sicilia. Nel suo primo film a colori, Deserto rosso (1964), a un certo punto appare – sognata dalla protagonista Monica Vitti nella tetraggine capitalista della Pianura padana – l'oasi di paradiso dell'isola di Budelli, appartenente appunto all'arcipelago della Maddalena. Come in quel film memorabile (per preparare il quale, si racconta, Antonioni aveva fatto verniciare con aspri colori industriali gli alberi e l'erba del paesaggio "reale"), figure e colori di questo libro nulla hanno di reale: sono visti "come in sogno", scrive Anedda, da chi tra sé e "la cosiddetta realtà" percepisce "un vetro" ("Vedo ma non sento e faccio fatica a stabilire nessi"). Ma il vetro della scrittura è in effetti una lente potentissima: e quell'irrealtà, alla fine del viaggio, si rivela più reale di qualsiasi realtà.
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Emmanuela Carbè. Mio salmone domestico. Manuale per la costruzione di un mondo, completo di tavole per esercitazioni a casa. Laterza, 2013


Anche per Emmanuela Carbè, la più giovane autrice di questo terzetto (trentunenne veronese filologa a Pavia che con Mio salmone domestico è al suo primo libro), l'acqua è un correlativo oggettivo dell'inquietudine: di protezione amniotica e, insieme, della paura di perdersi, di sciogliere del tutto i margini porosi di un'identità labile. Come per l'Anedda e i suoi recinti, anche per lei la vita è in fondo tutta una questione di "fuori" e "dentro". Lì fuori c'è un mondo grande e terribile, il mondo "vero". Ma non meno vero è il dentro, quello al di qua del vetro, che il mondo fuori non conosce e mai conoscerà, forse. Se succede qualcosa di davvero importante, per esempio se ti innamori, è perché qualcosa, fuori, si avvicina e sbircia dentro; e tu ricambi lo sguardo. Allora ci sono due possibilità: o esci fuori tu, a tuo rischio e pericolo; oppure riesci a trascinare dentro, da te, quello che ti piace. Così sintetizza la faccenda, Carbè, nelle poeticissime trenta pagine in forma di fumetto che concludono Mio salmone domestico, uscito poche settimane prima dell'Isolatria di Anedda nella medesima collana "Contromano" di Laterza. C'è un pesce rosso, anzi una pesce rosso, al sicuro dentro una palla di vetro in fondo al mare. Contempla l'avvicendarsi delle creature, strane e talora minacciose, di là dal vetro. Un bel giorno s'innamora d'un elegante pesce barbuto di nome Palomar. Dopo tanto occhieggiarsi, Palomar si assopisce; Pesce-Rosso allora si fa coraggio, si procura una scala, si arrampica sulle pareti dell'acquario sino a fuoriuscirne. Il tempo di prendere Palomar, sottrarlo all'"inferno dei viventi" e portarlo nel suo mondo, lì dove ciò che "non è inferno" può "durare" e avere il suo "spazio".
 
Con queste citazioni calviniane si conclude Mio salmone domestico, il libro più singolare e coraggioso della stagione. Ma non è il Calvino strutturalista, algido e combinatorio, del suo primo e da tempo disperso discepolato. L'ultimissima parola del Salmone è "struggente", ed è presa da un altro venerato maestro di artifici come David Foster Wallace: che quell'elettricità di pensiero univa al più disarmato abbandono emotivo. E proprio un continuo, lampeggiante pantografo emotivo è la cifra di questa scrittura fatta di "acido acitilemotivico", che per anni – dal 2005 in avanti – avevamo seguito sul blog dell'autrice, Lumicino. Entusiasmante per poche righe al giorno quanto ardua da assecondare, si capisce, una volta sottratta all'acquario digitale. Ma il rischio è calcolato: "io per me funziono a brevi tratti, a segmenti, a pezzi". E, anticipando il fumetto conclusivo: "è vero che sono un pesce rosso […] e quello che mi si dice lo metto nell'acquario, che vaga insieme al resto. Ricordo cose molto precise e piccole piccole, ma le cose giganti sono distratta, le perdo". Sa bene, la giovane filologa, come proprio Pesci rossi s’intitolassero le prose "d’arte" di Emilio Cecchi (non per caso assai amate proprio da Calvino), da noi in genere esecrate a emblema di scrittura liquida, iper-concentrata e iper-espressiva, priva però delle emozioni di quello che si chiama – con metafora infatti, a ben vedere, perfettamente anti-acquatica – intreccio. Così si rivolge la narratrice al sardonico avatar che, chissà come e perché, a un certo punto è entrato nella sua vita, Salmone domestico appunto: "il popolo si lamenta che non abbiamo mai storie […]. Il popolo vuole intrecci e colpi di scena". Ma se Salmone è arrivato fin lì, è proprio per non farle scrivere un romanzo siffatto. Come l'Anguilla di Montale a un certo punto evocata, il Salmone vive in mare ma il richiamo d'amore lo attira in acque dolci e alvei circoscritti. "Iride breve", bellezza cangiante, sa tingere il mondo delle sue screziature. È come la (pure citata) "felicità mentale" di un memorabile titolo di Maria Corti, voluptas intellectualis che contempla il mondo e lo reinventa a suo piacimento.
 
Un po' come in un film d'una decina d'anni fa scritto dal grande Charlie Kaufman, Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind), senza posa con la forza del pensiero ogni cosa viene costruita e decostruita: così nel mondo mentale di Lumicino – "regno" minimo ma perfettamente organizzato – ogni presenza, magari in forma di "sagoma" attaccata alla parete, assurge a panteistico emblema per sparire, poi, così com’era apparsa: con uno strizzare d’occhio o un impercettibile tic linguistico. Il "viaggio", in questo caso, è tutto psichico in quanto si svolge – come quello di Xavier de Maistre, a fine Settecento, nel Voyage autour de ma chambre – all’interno della cameretta, reale-tridimensionale e in proiezione digitale, di chi scrive. Certo, pensando alla parabola di Foster Wallace e all'apologo che ha lasciato come un testamento proprio nell'anno in cui nasceva Lumicino, Questa è l'acqua, chiuse le pagine di Mio salmone domestico ci si chiede cosa mai combinerà, Pesce-Rosso, ora che ha preso il mare fuori dall'acquario. Ma per il momento si resta convinti che sì, "guardare il mondo da dietro un vetro era tutto sommato un modo buffo di esistere e di fare esistere gli altri". O, persino, "un modo struggente di stare al mondo".