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Dalla battaglia di Stalingrado alle acque profonde di "Kursk"

 Aleksandr Terechov. Il ponte di pietra. Traduzione di Claudia Zonghetti. E/O, Roma 2011. 481 p.
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Ma le notti chiare di giugno erano ormai alle porte e quel senso di terrore si ripresentò: doveva esserci qualcos'altro... Che cosa, cosa? Non aveva nulla a che fare con la personalità dell'assassino. Era qualcos'altro. Non per niente nessuno aveva voglia di ricordare quella storia, nessuno voleva aiutarmi, nessuno diceva come stavano davvero le cose. Ma che altro poteva esserci? ...> La Forza Assoluta che aveva ordinato ai loro padri di tacere aveva anche scardinato tradizioni, fede, distanze chilometriche, affetti familiari e persino (senza "persino"!) l'amore.
 
L'esordio letterario di Aleksandr Terechov risale al 1995, l'anno in cui esce il suo primo libro dal titolo Krysoboj [Il killer dei rati], dopodiché lo scrittore decide di rimanere a lungo in silenzio e il suo secondo romanzo, Il Ponte di pietra (edizione italiana – E/O, trad. di Claudia Zonghetti), appare dopo circa quattordici anni.
 
Il nastro narrativo ne Il Ponte di pietra si muove attorno al grande ponte di Mosca che collega tra loro il Cremlino e il complesso residenziale per gli alti funzionari sovietici. Sul Ponte il 13 giugno 1943 avviene l'omicidio-suicidio (il famigerato "Caso dei lupacchiotti"): il figlio quindicenne del ministro dell'aviazione Volodja Sachurin uccise la sua coetanea Nina Umanskaja, figlia di un diplomatico appena nominato ambasciatore in Messico, e senza indugio si tolse la vita. E sempre con l'immagine del Ponte – la metafora di un tramite tra le epoche, i destini umani e, infine, tra la Vita e la Morte – si chiude il romanzo:
 
"Dunque si tenga cara la vita... E ami. E amatevi" e non sembrava volerlo dire a me solo, forse vedeva qualcuno al mio fianco. Di colpo uno squarcio accecante e un senso di sollievo: tutto tornava, ogni pezzo aveva trovato il suo posto, io ero in mezzo al ponte, con le rive ormai lontane, e guardavo giù, verso l'acqua increspata.
 
Il libro di 829 pagine in originale, scritto in undici anni (1997-2008), si presenta come inchiesta di un crimine lontano e irrisolto in forma documentaria romanzata. Non è un giallo: il misterioso fatto di sangue funge qui soltanto da un punto di partenza narrativa, da uno spunto di riflessioni sui destini di tre epoche diverse – il periodo staliniano, gli anni '70 e i giorni nostri. 
 
È un libro ambizioso, ma per alcuni versi anche pretenzioso. Infatti l'argomento trattato da Terechov al lettore russo può apparire déjà-vu: basta ricordare il famoso romanzo di Jurij Trifonov La casa sul lungofiume [trad. it. – Editori Riuniti, 1997] del 1976 (ad esempio, un esplicito richiamo a quest'ultimo rappresenta la scena dove il protagonista di Terechov si ritrova in un cimitero, dove è seppellita la famiglia Umanskij, rimasta senza discendenti – la scena riecheggia la visita del vecchio di Trifonov alla tomba della sua unica figlia) oppure – per nominare solo alcunе delle opere degli ultimi anni – Opravdanie [Giustificazione, 2001] di Dmitrij Bykov, in cui viene trattato il tema della nostalgia per l’Impero sovietico tramite una versione fantastica dei tristi eventi riguardanti la storia russa del secolo passato. Viene in mente anche Chorošij Stalin di Viktor Erofeev del 2004 [Il buon Stalin, trad. it. – Einaudi, 2008; vincitore del premio Mondello del 2009] che propone al lettore le schegge "autobiografiche" sulla vita quotidiana dell'alta nomenclatura, esplorando la mentalità della generazione dei "buoni Stalin". Il Ponte di pietra rivela, inoltre, alcuni tratti comuni con il progetto "imperiale" di Aleksandr Prochanov, direttore del quotidiano nazionalista "Zavtra" ["Domani"] nonché autore di numerosi romanzi, tra cui Poslednij soldat imperii (L'ultimo soldato dell'Impero; 1993), il giallo politico Gospodin Geksogen (Il Signor Hexogen; 2002), Politolog (Il politologo; 2005) o Nadpis' (Iscrizione; 2005).
 
Il Ponte di pietra è un romanzo descrittivo con un punto di vista mobile, in cui si passa dalla narrazione degli eventi del lontano '43 alle digressioni dell'Io narrante; dai monologhi "interni" alle pseudo-testimonianze o le pagine del diario del presunto assassino, ecc. È un'opera priva di forzature linguistiche che si fonda liberamente sulla vasta gamma espressiva del russo moderno (forse, con qualche eccesso nell'uso dei costrutti sintattici complessi) e potrebbe essere collocata all'interno del canone letterario del XIX secolo. E nella miglior tradizione dei classici russi questo libro è lungo, lungo, lungo...
 
Il romanzo è uscito in traduzione italiana presso l'editore E/O nel 2011. Nello stesso anno Salani Ed. pubblica e presenta alla Fiera del Libro di Torino un volume di ben 876 pagine di Mariam Petrosjan Dom v kotorom... (La casa del tempo sospeso, trad. it. – Emanuela Guercetti). Sembra che si tratti di un tentativo di restituire alla letteratura russa in Italia lo splendore dei tempi passati quando una sconcertante ampiezza di respiro dei grandi maestri classici assicurava alle loro opere il posto nelle librerie degli italiani. L'E/O preferisce, comunque, non rischiare troppo, e mentre la resa in italiano de Il ponte di pietra merita di essere applaudita, la scelta di tagliare 14 capitoli rispetto all'indice originale risulta piuttosto curiosa, significativa e altrettanto opinabile. Nell'edizione italiana, dunque, viene sacrificata per buona parte la ricostruzione storica e soprattutto vengono tolti i monologhi dell'Io narrante, i flussi di coscienza del protagonista insieme alla sua indagine personale del ruolo dell'individuo nella società. L'adattamento di un libro "storico" al formato di un thriller si dimostra innegabilmente calzante alle esigenze del mercato librario odierno. Ma nel caso concreto de Il ponte di pietra forse non vi sono in gioco unicamente le ragioni commerciali: infatti, dopo le prime 200 pagine il libro in questione diventa talmente pesante da essere difficilmente apprezzabile. Pertanto, una versione consapevolmente ridotta non manifesta per forza un'impoverimento, bensì potrebbe rendere il testo più fruibile. L'edizione italiana del romanzo di Terechov ne è la dimostrazione.