Russa versione

Riflessi

novità in traduzione

Le opere di Sergej Dovlatov

In Russia Sergej Dovlatov (1941-1990), emigrato negli Stati Uniti nel 1979 e morto a soli quarantanove anni lontano dal suo Paese poco prima del crollo dell'Unione Sovietica, è considerato oggi un "classico": uno stilista eccezionale, un vero maestro dell'arte dell'aforisma, un solitario che mette a nudo tutto e tutti, uno scrittore che con una risata dissacra i miti e seppellisce le leggende. Dovlatov ha riabilitato nell'ambito della letteratura russa moderna il volto carismatico del feuilleton nella migliore tradizione letteraria russa ottocentesca (da Gogol' a Čechov). Il canone stilistico dello scrittore, caratterizzato da brevità e ritmo, rivela tuttavia l'influenza anche dagli autori americani e dunque potrebbe essere definito "russo-occidentale". Mentre la sua poetica, che avversa a qualsiasi tipo di demagogia, si presenta come eclettica e universale:
 
"È stupido dividere le persone in sovietiche e antisovietiche. È stupido e squallido. Le persone si dividono in intelligenti e stupide. Buone e cattive. Dotate e inette. Così era in Unione Sovietica, così sarà in America. Così è stato in passato, così, ne sono certo, sarà sempre".
 
Il Leitmotiv del brano riportato dal diario dell'attività giornalistica dello scrittore a New York – da La marcia dei solitari – segna tutte le sue opere, ma sopratutto echeggia con quanto viene detto nel Compromesso, una sorte di antesignano "russo" de La marcia dei solitari:
 
"In questa storia non vi sono né buoni, né cattivi... Non vi sono né peccatori, né santi. Che poi non esistono neppure nella realtà".
 
Le opere di Dovlatov, comunque, non possono essere amate da tutti, ma solo da chi è capace di rinunciare a catalogare la realtà in modo consueto e stereotipato; dal lettore che vuole imparare a non idealizzare niente, a superare il dualismo e ad apprezzare l'incertezza, il libero arbitrio, l'indulgenza.
 
L'autoironia dello scrittore sfocia in un brillante umorismo e, affiancata alla sua fine sensibilità letteraria, crea non pochi problemi di traduzione in un'altra lingua. Dovlatov è famoso soprattutto per i suoi numerosi "sospesi", ritmicamente alternati alle frasi compiute che costringono il lettore (e quindi, il traduttore) a farsi interprete di parole "non dette"; per la ricerca costante della prosodia, unita alla cruciale incisività di aggettivi e avverbi; per il ricorso frequente al gergo che rispetta con precisione stilistica il corrispettivo uso nella realtà; per il linguaggio, curato nei minimi particolari, che è caratterizzato dalla sintesi e dal "culto della frase". Non a caso Brodskij attribuiva alla scrittura dovlatoviana la natura lapidaria della poesia e definiva la sua narrazione un canto in cui l'intreccio ha un ruolo secondario. Cosa può esserci di più intraducibile?
 
Laura Salmon alla quale si deve il corpus italiano di Dovlatov (già dieci volumi) asserisce:
 
"Ecco perché è terribilmente difficile e al tempo stesso inebriante tradurre la prosa di Dovlatov: perché neppure una parola, per quanto naturale possa e debba sembrare, è scritta spontaneamente o casualmente. Si ha la sensazione che, anche a dispetto di talune ricorrenti ripetizioni, nulla vada aggiunto e nulla vada tolto" (in: Sergej Dovlatov Compromesso [Palermo: Sellerio, 1996, p. 279]).
 
Il pubblico italiano ha conosciuto Dovlatov proprio alla vigilia della sua morte, avvenuta improvvisamente il 24 agosto 1990: la prima opera apparsa in traduzione italiana è stato il suo romanzo breve Straniera (Palermo: Sellerio, 1991). Successivamente sono apparsi, sempre presso l'editore Sellerio e a cura di Laura Salmon: Compromesso (1996, 2000), La valigia (1999), Noialtri (2000), Regime speciale (2002), Il Parco di Puškin (2004), La marcia dei solitari (2006), Il libro invisibile (2007), Il giornale invisibile (2009), La filiale (2010).
 
Le traduzioni di Laura Salmon ricreano in italiano lo stile rigoroso e asciutto della scrittura umoristica dovlatoviana; uno stile che difficilmente può essere ridotto a una semplice parodia, satira o ironia, ma si presenta come un' esemplare "riso tra le lacrime". Per far ridere "tra le lacrime" il suo lettore, la Salmon ha tuttavia elaborato alcuni macro-criteri traduttivi, teoricamente argomentati alla fine di ogni libro (un procedimento tanto raro quanto apprezzabile), vale a dire ha deciso di tradurre a) secondo il principio dell'attualizzazione che aiuta il lettore italiano a recepire le opere di Dovlatov con la familiarità lessicale e sintattica di un lettore russo contemporaneo allo scrittore; b) optando per la traduzione funzionale che considera ogni frase (ogni locuzione, espressione, fraseologismo, gioco di parole ecc.) come unità traduttiva minima, il cui effetto comunicativo viene interamente conservato; c) secondo un uso alterno del procedimento di "omologazione" e "straniamento": taluni elementi vengono "omologati" al mondo culturale del lettore italiano, per rispettare associazioni mentali o espedienti stilistici prioritari; altri, invece, risultano "straniati" per rendere attivi i meccanismi di percezione della distanza culturale; d) decise per una riduzione drastica, a partire dalla traduzione de La valigia, e la successiva scomparsa delle Note del Traduttore (che vengono sostituite dagli elenchi di strategie adottate) allo scopo di rendere al lettore italiano più immediata la ricezione dell'umorismo dovlatoviano.
 
A differenza di "Dovlatov in inglese", che rivela vistose manipolazioni stilistiche (la traduttrice Anne Frydman ad es. nell'ultimo capitolo di Ours. A Russian Family Album con la retorica antidovlatoviana "ha creato" interi brani inesistenti in originale), "Dovlatov in italiano" è diventato visibile. Sembra che Laura Salmon sia riuscita veramente a entrare in sintonia etico-estetica con il suo autore, seguendo il paradossale consiglio di Dovlatov, secondo cui:
 
"Non si deve tradurre la parola con la parola, la frase con la frase, ma l'umorismo con l'umorismo, l'amore con l'amore, il dolore col dolore".