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Vladimir Sorokin

Manaraga. La montagna dei libri

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Aleksandr Yusupov

Un viaggio attraverso i tempi in cui i libri diverranno rari e appetitosi: "Manaraga" di Vladimir Sorokin

Vladimir Sorokin. Manaraga. La montagna dei libri. Bompiani, 2018

Cinque anni fa l'autore, avendo precedentemente sparato al futuro della Russia con una potente tripletta (La giornata di un opričnik - Il Cremlino di zucchero - La tormenta), ha notevolmente allargato il quadro della distopia con Telluria: dopo anni di guerre religiose sanguinose e violente, l’Europa è sprofondata nell’atmosfera di un nuovo Medioevo ultra-tecnologico. Cinquanta capitoli-frammenti di Telluria avevano uguali possibilità di trasformarsi in un romanzo, ma questo, alla fine è nato da una trama differente; i personaggi di Manaraga neanche ricordano “tellur” e preferiscono un modo più sofisticato di stuzzicare il proprio inconscio.

Corre l’anno 2037; il mondo placato dopo le guerre e le nuove ondate migratorie risulta conquistato da una nuova moda: i barbecue con libri. I volumi scelti dal cliente (edizioni spesso pregiate e costose) vengono bruciate per alimentare il fuoco con cui preparare l’arrosto; è il lavoro dei book’n’griller, alcune decine di professionisti sottomessi all’autocratica e potentissima Cucina. Ad un certo punto i maggiori funzionari riuniscono tutti i cuochi, compreso Géza, per comunicare una notizia estremamente spiacevole: qualcuno aveva aggiustato una stampante con cui fabbricare migliaia di falsificazioni di rare prime edizioni: l’esclusività sarà presto seppellita sotto una valanga di pseudo-originali.

Dopo aver assaggiato come antipasto la storia di Géza, il quale racconta, a quanto pare, una biografia tipica per quegli anni turbolenti, il lettore si ritrova nel mezzo di un labirinto di miniature: mentre il protagonista, che è uno dei book’n’griller più richiesti, legge cioè arrostisce con Chekhov, Babel, Cervantes o Baricco, noi guardiamo attentamente gli abitanti del mondo futuro, trovando in ognuno le particolarità tratte o dalle opere di un nuovo Lévi-Strauss, o direttamente dalle sale di Kunstkamera. Tutti i piatti inclusi nel menù del food court di questa fiera di Sorokin sono generosamente speziati da un condimento “DOC” dell’autore: i neologismi; a quelle già presenti nel vocabolario (“madre liquida”, “chiodi di tellur”, “umnitsa”, “pelliccia viva” ecc.) si sono aggiunti “poleno” (pezzo di legna o libro con cui accendere il barbecue), “leggere” (cioè cucinare con i libri), “Cucina”, “pulci intelligenti”, ma anche l’immagine di uno zoomorfo che vive in una casa di vetro sulla cima di una montagna e scrive bagnando la piuma nella propria vena; e un’esclamazione “butem tielad’” (versione storpiata dall’accento straniero di “lo faremo”), tratta dal racconto sul conte Tolstoj, uno degli episodi delle avventure di Géza.

Sorokin, i cui testi venivano bruciati nel 2002 per iniziativa dei giovani putiniani di Avanti insieme per riscaldare l’ideologia congelata dell’epoca di stabilità e consumismo, è uno stilista par eccellence del presente che non si vede; i suoi testi parlano non tanto del futuro quanto del presente materializzato dalle nostre proprie paure. L’idea che nel futuro l’uomo riuscirà ad afferrare il tempo che galoppa nel nulla e lo farà andare d’ambio per uguagliare le innovazioni tecnologiche e il modo di pensare; che il vecchio e il nuovo continueranno a coesistere; che non succederà “niente”, sia sulla Terra che altrove (è scientificamente provato che nell’Universo non ci sono altri pianeti abitati) – innervosisce e inquieta come il piagnisteo di un guastafeste. Ne risulta quella sensazione ambivalente di attrazione e repulsione, che è, a pensarci bene, il motivo per cui i libri continuano ad essere letti. Lo specchio del futuro riflette il presente; nel mondo dei trend spirituali è “previsto da Sorokin” un marchio, altrettanto consueto come lo è il made in China nel mondo degli oggetti materiali.

I neologismi da memorizzare non è l’unico che ci rimane dal nuovo romanzo, sulle pagine del quale l’autore ripete i suoi trucchi migliori noti dai tempi di Norma e de Il primo sabato comunista, dimostrandoci di restare sempre in perfetta forma. Il linguaggio di Manaraga è appositamente semplificato, asciutto, quasi privo di sangue, come le migliori bistecche ben cotte di Géza. I personaggi continuano a impazzire, a inghiottirsi con le parole, cambiano registro, l’autore stesso regola i conti con i mulini a vento della letteratura post-sovietica, fa una parodia (non brillante) di Prilepin, ma quelli che hanno apprezzato la raffinata Tormenta, uscita in italiano nel 2016, troveranno troppo aspro il piatto nuovo dello chef. È da supporre che l’autore si era posto obiettivi ben diversi; ma quali?

Vladimir Sorokin non è autore di manifesti. Detto questo, è ancora più curioso vedere che in Manaraga non è l’idea ad alimentare lo stile bensì il contrario; se prima il trash della vita circostante dava all’autore motivo di infilarsi negli spaventosi labirinti stilistici, qui il motivo e le conseguenze si sono scambiati di posto, e il testo viene usato dall’autore per trasmettere una serie di idee; in altre parole, il postmodernismo cede il posto alla classicità. L’idea numero uno: i puntini sulle “i” nella gerarchia della letteratura mondiale; leggere (e arrostire) con Nabokov è degno di rispetto, fare lo stesso con Prilepin no. Ok, a ognuno i suoi gusti. L'idea numero due: il sistema autocratico della Cucina e la montagna di Manaraga come culla della rivoluzione; il passo finale del libro che merita un’attenzione particolare. La Cucina ricca e super potente, l’unica ad avere la possibilità di regalare, a chi può permettersi il lusso di pagare tanto, il sapore dei libri più pregiati, sta per essere annientata dallo tsunami degli pseudo-originali, ma la falsità non è che un bene: il menù sarà decisamente amplificato e i piaceri della lettura diventeranno abbordabili anche alla classe media. Tutto perfetto, ad eccezione di un “ma”: gli architetti ribelli di una Cucina arrivano dai fornelli della Cucina stessa. La rivoluzione quindi è soltanto uno scambio sanguinoso di ruoli, e chi non è d’accordo sarà presto zittito grazie ad un’illusione di felicità totale (le innovazioni tecnologiche del futuro sono sempre a disposizione). C’è qualcosa di così familiare in questa rivoluzione culinaria, e questo qualcosa permette di vedere in Sorokin non tanto il visionario le cui iperboli inquietanti noi prendevamo per profezie, quanto uno spettatore attento e delicato dell’odierna “epoca degli pseudo” (pseudo-democrazia, pseudo-eguaglianza, pseudo-sicurezza), capace di cogliere il senso degli eventi che noi, nonostante questi ultimi accadessero proprio davanti ai nostri occhi, siamo in grado di vedere solo in parte e sempre troppo tardi. Non solo Ada di Nabokov, con la quale i rivoluzionari preparano i nuovi piatti, ma anche e soprattutto La camera oscura, dello stesso autore, sono i testi simbolici che vengono in mente a questo proposito.


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