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Aleksej Nikitin

Istemi

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Aleksandr Yusupov

La vita, un gioco: "Istemi" di Aleksej Nikitin

[Aleksej Nikitin. Istemi. Roma, Voland, 2013]

Nel 1984, alla vigilia della perestrojka, cinque studenti del secondo anno della Facoltà di radiofisica di Kiev inventano un gioco coinvolgente che si svolge sui territori dell'Unione Sovietica e dell'Europa dell'Est divisi in paesi immaginari a cui danno nomi, statistiche, strategie diplomatiche, industrie pesanti e leggere. Così sulle terre sovietiche e adiacenti appaiono un califfato, un canato, un regno, un impero ed una confederazione. La vicenda viene presto svelata su delazione dagli appositi organi del Ministero degli interni; punizione: due mesi d'interrogatorio ed espulsione dall'istituto. Ma la storia non finisce qui. Venti anni dopo, nel 2004, uno dei partecipanti, l'io narrante Saša Davydov riceverà una mail anonima; il gioco verrà magicamente ripreso in realtà diverse e con ben altre conseguenze.

La fantasia dell’autore kieviano Aleksej Nikitin crea una miscela curiosa tra storia antica, medievale e contemporanea, in cui le vecchie potenze imperiali cominciano a produrre testate nucleari. Gli stessi nomi fittizzi dei paesi dimostrano il carattere carnevalesco di questa "civilization", ideata più per combattere la noia che per capovolgere il mondo; niente storia alternativa in scala mondiale quindi, ma piuttosto una sorte di manovra deviante per gli stessi architetti del gioco, i quali, con le anime strette tra giacca e cravatta, trovano in questi spazi immaginari una via di scampo dalla realtà che non ha nulla a che fare con le gesta eroiche dei leggendari imperatori. La ripresa fantasmagorica del gioco nelle realtà postsovietiche crea un riflesso grottesco tra le due epoche, "prima" e "dopo", con i notevoli cambiamenti nella vita dei protagonisti. "Non siamo niente, saremo tutto", dice l’inno dei lavoratori, L'Internazionale; in questo caso, forse, la storia è andata in controsenso, e il futuro così promittente si è rivelato poco degno delle aspettative. È simbolico che il "gioco" si riprende esattamente nell'anno in cui anche l'Ucraina, avvolta nelle bandiere arancioni e radunata sul Majdan, sembra di cominciare una svolta storica; quella che finirà quattro anni più tardi (l'autore, avendo terminato il suo romanzo prima di questi eventi, non lo poteva sapere, e la referenza ai tempi sovietici rivela quindi un indiscusso talento di chiaroveggenza) con un notevole passo indietro. Il racconto non permette al lettore di trasformarsi nel sesto partecipante del gioco, eppure gli concede un buon angolo di osservazione dal quale realizzare come il tempo stesso, con le sue tre dimensioni, passato-presente-futuro, mescoli i destini, spingendo il gioco a superare la propria matrice ludica e a dissolversi nella vita reale. Si crea così un'evoluzione della trama che, soprattutto a partire dalla metà del romanzo, si tinge di evidenti tonalità "noir". A far da sfondo alla trama è una Kiev incantevole di inizio primavera che apporta al racconto un tocco romantico dei momenti quando la passione rende impercepibile il confine tra il gioco e la realtà. Nella pacata atmosfera della più antica città russa parlare di storia è altrettanto suggestivo quanto inventarla e sentirsi capace di diventare, almeno per alcuni attimi, il suo gestore incontrastato.

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