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Isaak Babel’

Racconti di Odessa

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Chiara Munerato

La vita quotidiana in un ghetto russo-ebraico. I Racconti di Odessa di Isaak Babel'.

[Isaak Babel'. Racconti di Odessa. Traduzione di Bruno Osimo. Voland, Roma 2012. 171 p.]

Scritti fra il 1923 e il 1933, i Racconti di Odessa sono un classico attuale e ancor oggi molto dibattuto ed è per questo motivo che la casa editrice Voland ne ha da poco riproposto una nuova edizione. Si è quindi pensato di recensirla perché, rispetto alle sei edizioni italiane precedenti, la traduzione di Bruno Osimo risulta molto innovativa. Il traduttore dedica infatti ampio spazio nella prefazione a spiegare le sue scelte traduttive. All'ordine originario dei racconti, Osimo ha preferito l'ordine cronologico dei fatti narrati per "dare al lettore l’illusione di una storia unica", visto che i personaggi principali ricorrono nella narrazione: dal gangster spietato Benja Grid, detto Il Re, al guercio Froyim Korv; dalla locandiera Ljubka Cosacco al suo amministratore Tzadikoff, senza tralasciare personaggi minori come l'allevatore Eichbaum, i droghieri Kapponovic, il "becchino" Aryeh Leib, ed altri. Una serie di uomini stravaganti, eccentrici che abitano il ghetto della Moldavanka, dove Babel' trascorse la sua infanzia insieme alla famiglia. Intorno ai personaggi si intrecciano le vicende della piccola comunità ebrea, con le sue superstizioni e scaramanzie, le tradizioni ebraiche della circoncisione e dei canti funebri, nonché l'abitudine di maledire profondamente chiunque intralci il cammino di uno dei personaggi. Tutto è condito dall'ironia dell'autore, che sa rendere anche le situazioni più drammatiche nel modo più buffo, come nei racconti Come si faceva a Odessa e Tramonto. In questi casi il merito di Osimo è di aver mantenuto nel testo i termini in ebraico, permettendo così al lettore italiano di immergersi nel mondo odessita dei primi del Novecento.

Ma la meraviglia dei Racconti è quella di presentare non solo il mondo giudaico della città, bensì anche la sua dimensione internazionale: all'epoca dei fatti Odessa era una delle principali città portuali sul Mar Nero, fra Port Said e la magica Bessarabia, e vi sbarcavano marinai da ogni dove – neri, malesi, cinesi, russi, ammiragli inglesi, per non parlare dei soldati o dei turchi di ritorno dal pellegrinaggio alla Mecca, o delle compagnie teatrali e delle orchestre italiane in tournée. La città era anche meta di contrabbando, perciò nei racconti compaiono preziose stoffe giapponesi, pregiati tè cinesi e tabacchi americani da fumare con pipe inglesi fatte a mano. Di questo mondo variegato si nutriva quotidianamente la fantasia del piccolo Babel', protagonista di cinque racconti autobiografici che lo vedono passare dall'ingenuità dei suoi dieci anni alla maturità dei quattordici. In Storia della mia Colombaia, il primo racconto d'infanzia dedicato a Gor'kij, l'autore racconta l'efferatezza con cui fu eseguito il pogrom del 1905. È in occasione dello stress di questo evento che l'autore soffrirà della sua prima vera isteria, malattia che lo accompagnerà per lungo tempo. Certo, non ne è colpevole solo il pogrom: Babel' racconta con lucidità la fissazione del padre per gli studi del figlio; il senso di inferiorità sociale verso i compagni russi; la ferma volontà del padre di farlo diventare un musicista nonostante la palese mancanza di talento; la stranezza dei parenti di Babel', di cui egli stesso dice: "…la famiglia da cui discendo non assomiglia alle altre famiglie ebraiche. Nella nostra stirpe c'erano anche ubriachi, da noi seducevano le figlie dei generali e le abbandonavano prima di arrivare al confine, il nonno falsificava firme e componeva lettere di estorsione per le mogli abbandonate".

I racconti autobiografici appaiono più malinconici, si percepisce la sofferenza dell'autore-bambino e la volontà di liberarsi dall'autorità del padre e seguire la propria vocazione per la scrittura. Negli altri dieci racconti, dove il dramma non tocca l'autore, l'ironia si sprigiona in tutta la sua essenza, con un linguaggio fresco e divertente che rende piacevole la lettura, pieno di metafore e iperboli naturalistiche. Scivolando spesso in un vivace grottesco, l'autore sembra farsi beffe dei codici d'onore e dell'orgoglio ebreo, e ci trascina con sé in questo gioco alle spalle dei personaggi.

Eppure Babel' non è un autore che conquista facilmente – non si può negare che in alcuni punti la sua scrittura si faccia enigmatica, difficile da penetrare, anche a causa del lessico molto ricercato che l'autore utilizza. Inoltre, le traduzioni italiane precedenti forse non gli rendevano giustizia e il suo testo più noto, L'armata a cavallo (Konarmija, 1926), non si può certo definire una lettura leggera. Ma con la traduzione di Osimo sembra che giustizia sia stata fatta perché, come egli dichiara nella prefazione, "questa edizione non è pensata per un pubblico di slavisti".

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