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Premio Gorky

Novità del concorso

Emanuele Trevi e Laura Salmon vincono il Premio Gorky-2017

Sono Emanuele Trevi (sezione "Autori") e Laura Salmon (sezione "Traduttori") i vincitori della nona edizione del Premio Gorky, promosso dall'omonima associazione. I nomi dei vincitori sono stati annunciati oggi dal Comitato coordinatore del Premio.

dettagli

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Nona edizione
del concorso letterario Premio Gorky. Capri 2017

Il diario di bordo

Il diario

11.06.2017

Emanuele Trevi e Laura Salmon vincono il Premio Gorky-2017

Emanuele Trevi (sezione "Autori") per il romanzo Qualcosa di scritto, uscito presso l'editore Ponte alle Grazie nel 2012 e pubblicato in russo da Ad Marginem nel 2016, e Laura Salmon (sezione "Traduttori"), per la traduzione dei libri "La filiale" e "Taccuini" di Sergej Dovlatov vincono il Premio Gorky del 2017. 

Motivazioni finali del presidente della giuria della nona edizione Paolo NORI:

Emanuele Trevi. Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie, 2012 - Ad Marginem, 2016)

Con il racconto del proprio incontro e della propria collaborazione con Laura Betti al fondo Pier Paolo Pasolini, e con il racconto dell’uscita del libro postumo di Pasolini Petrolio, Emanuele Trevi costruisce un libro che mi sembra vada nella direzione auspicata da Viktor Šklovskij negli anni venti del 900 quando si augurava che la letteratura russa prendesse una strada che poi non ha preso, quella della fattografia. Nel 1929, dodici anni dopo la rivoluzione Šklovskij, si era chiesto cos’era cambiato nella letteratura russa che, in quei dodici anni era diventata letteratura sovietica, e aveva provato a fare un’analisi della letteratura per l’infanzia prerivoluzionaria e della letteratura per l’infanzia postrivoluzionaria, e aveva trovato che nella letteratura per l’infanzia prerivoluzionaria la trama di solito era questa: c’era un bambino di umili origini che, nel corso del romanzo, compiva delle imprese straordinarie, alla fine si capiva che quel bambino era di origini nobili; nella letteratura per l’infanzia postrivoluzionaria la trama era questa: c’era un bambino di origini nobili che, nel corso del romanzo, compiva delle imprese straordinarie, alla fine si capiva che quel bambino era di origini umili (proletarie). Era lo stesso libro, diceva Šklovskij, e bisognava smettere di scrivere sempre lo stesso libro, cioè smettere di adorare la letteratura di finzione (литература вымысла), con le sue trame tutte uguali e cominciare a servirsi della letteratura del fatto (литература факта) dove la trama salta fuori da sé.

Qualcosa di scritto, il libro di Trevi che ha come sottotitolo La storia quasi vera di un incontro impossibile con Pier Paolo Pasolini, a me sembra un esempio riuscitissimo di Literatura fakta, che produce un racconto al cui centro sta Laura Betti, con la sua "ostilità animalesca", la sua "rabbia ingovernabile" che esplode in "barriti" e "singulti", e un personaggio che domina il libro e ce lo fa leggere, per assurdo, come se fosse un romanzo, come se fosse un personaggio inventato, ma inventato talmente bene da sembrare vero.

Laura Salmon, per la traduzione dei libri di Sergej Dovlatov La filiale (Sellerio, 2010) e Taccuini (Sellerio, 2016)

Iosif Brodskij, in articolo in memoria di Sergej Dovlatov scrive che "Gli scrittori, soprattutto quelli notevoli, in fin dei conti non muoiono; fintanto che esistono i suoi libri, uno scrittore è, per il lettore, sempre presente. Nel momento della lettura il lettore diventa quello che legge e, in linea di principio, gli è indifferente dove sia l’autore e di cosa si occupi".

In Italia, se abbiamo potuto essere, in qualche modo, Sergej Dovlatov, lo dobbiamo a Laura Salmon, e questo premio vale per i Taccuni, pubbicato da Sellerio nel 2016, e per La filiale, ristampato nel 2016, ma vale per tutti gli undici libri di Dolvatov che sono comparsi in Italia a cura di Laura Salmon, libri ci rimandano una Russia stupefacente, eccentrica e contraddittoria che continuamente vien fatto di paragonare all’occidente e all’America, dove Dovlatov ha vissuto gli ultimi anni della sua vita.

Dovendo scegliere una citazione che renda la vitalità della scrittura di Dovlatov e della traduzione di Salmon dall’ultimo libro pubblicato in Italia (Taccuini), sceglierei questa:

USA: Tutto quello che non è vietato è permesso.
URSS: Tutto quello che non è permesso è vietato.

Dovendo sceglierne una in tutti i dodici libri di Dovlatov pubblicati in Italia, quest’altra:

Io non discuto. Lo Stato sovietico non è il posto migliore al mondo. E laggiù c’erano tante cose spaventose. Tuttavia c’erano anche cose che non dimenticheremo mai.
Sgozzatemi, squartatemi pure, ma i nostri fiammiferi erano meglio di quelli americani. È una sciocchezza, tanto per cominciare.
Andiamo avanti. La milizia a Leningrado agiva più operativamente.
E non parlo dei dissidenti. Delle malefatte del KGB. Parlo dei normali, banali miliziani. E dei normali, banali teppisti…
Se si urla su una via di Mosca "Aiuto!", la folla accorre. Qui ti passano accanto.
Là, in autobus, cedevano il posto agli anziani. Qui non succede mai. In nessuna circostanza. E va detto che ci siamo abituati in fretta pure noi.
In generale c’erano molte buone cose. Ci si aiutava a vicenda un po’ più volentieri. E ci si azzuffava senza paura delle conseguenze. E ci si congedava dall’ultima banconota senza tormentosi indugi.
Non sta a me criticare l’America. Io per primo sono sopravvissuto grazie all’emigrazione. E amo sempre di più questo paese. Cosa che non mi impedisce, penso io, di amare la patria che ho lasciato…
I fiammiferi sono una sciocchezza. Sono altre le cose importanti. Esiste il concetto di pubblica opinione. A Mosca era una forza reale. Una persona si vergognava di mentire. Si vergognava di adulare le autorità. Si vergognava di essere venale, furba, cattiva. Le avrebbero chiuso le porte in faccia. Sarebbe divenuta uno zimbello, un reietto. E questo era peggio della galera.

Da La marcia dei solitari, Palermo, Sellerio 2006, traduzione e cura di Laura Salmon


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