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Novità in Russia: "L'isola di Sachalin" di Eduard Verkin

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Eduard Verkin. L'isola di Sachalin. Moskva, EKSMO, 2018

In seguito alla guerra atomica scatenata dalla Corea del Nord, il Giappone risulta l’unico Stato sopravvissuto; le altre parti del pianeta si sono trasformate in deserti perennemente attaccati dalle piogge nucleari a eccezione di alcuni fiocchi di terra pullulanti di profughi. All’ultima categoria appartiene appunto Sachalin, isola sperduta nell’oceano dove hanno trovato rifugio milioni di migranti cinesi. Ad un certo punto a Sachalin, luogo cupo e terrificante, ormai ricoperto di miti e misteri, sbarca con una missione etnografica Siren’, una ragazza giapponese dagli occhi blu nelle cui vene scorre un quarto di sangue russo. Insieme al suo accompagnatore (la brutta fama dell’isola rende troppo pericolosi i viaggi solitari) di nome Artiom, uno dei pochi russi rimasti sulla Terra, lei attraversa Sachalin e dappertutto vede la povertà, l’indigenza, la crudeltà, finchè un terremoto inatteso non costringerà anche lei a cercare salvezza.

Uscito nell’agosto del 2018, il libro “adulto” di Eduard Verkin, noto soprattutto per i suoi numerosi testi per ragazzi, ha conquistato subito le prime righe delle classifiche di bestseller. Nonostante l’imprecisione, la confusione dei nomi, alcune linee della trama iniziate e non portate a conclusione, il romanzo è così pieno di tutti i particolari possibili e immaginabili sull’era post-apocalittica, che il lettore non ha bisogno di altri dettagli; qui l’uomo, nel tentativo di sopravvivere, ha già sterminato altri animali, per riscaldarsi i vivi bruciano i corpi dei morti e sono soffocati da fetidi miasmi, la terra e l’acqua sono oro e la vita non ha nessun valore; gli zombi si aggrappano alla vita piuttosto per istinto, infuocati dall’agonia; sono passeggeri impazienti di andarsene, mentre il treno – la morte – è già apparso all’orizzonte e si avvicina, implacabile.

L’attesa della morte è l’unico modo disponibile per misurare il tempo, il quale altrimenti sembrerebbe assolutamente immobile. Il futuro, infatti, non porta nessuna speranza, è già successo, così come è già arrivata l’apocalisse. Come se la vita miracolosamente salvata dopo la guerra atomica, fosse una vita marginale, illecita, proibita, un’appendice stupida e inutile che prima o poi appassisce. D’altronde, leggendo L’isola di Sachalin di Verkin noi – così come nell’omonimo reportage di viaggio di Anton Čechov scritto circa 130 anni fa – possiamo avere un assaggio di vita vera, priva di integratori ed emulsionanti.

Eduard Verkin

Le dure circostanze creano un’atmosfera ideale perché i personaggi rivelino le loro qualità. Siren’ è una Lara Croft vera e propria; sotto il mackintosh nasconde una pistola ed è pronta ad usarla in caso di minima necessità. Artiom è della stessa pasta, con forza e coraggio è riuscito a conquistarsi un posto importante nella gerarchia isolana. La loro arma più efficace, però, è l’empatia e la capacità di ragionare. Ed è quest’incontro frontale tra la vita selvaggia e lineare in cui non c’è neanche una scintilla di speranza, e la ragione umana multidimensionale, tollerante, capace di percepire e reagire, a quanto pare, il motivo principale che ha spinto il noto critico Aleksandr Gavrilov a caratterizzare il romanzo di Eduard Verkin come “proprio quel libro russo che deve essere letto da chi non vuole essere buttato negli abissi dalle prossime generazioni golose della grande letteratura degli anni ‘10 del XXI secolo.

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