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La parabola di un'utopia: Il disgelo degli anni 60 e il romanzo "Stoccolma celeste" di Oleg Nesterov

testo: Aleksandr Yusupov

Tempi in cui i poeti leggevano i loro versi negli stadi, gli agenti di KGB componevano barzellette e le discussioni sul futuro erano illuminate dall’ottimismo e dalla speranza: il disgelo, essendo stimolato dal movimento e dalla libertà, provocava la mescolanza dei generi e dei destini. L’ecosistema creato da Oleg Nesterov nelle pagine di Stoccolma celeste, riproduce con cura e attenzione il suono, l’aria e la luce dei sovietici anni 60. PG ha parlato con l’autore dell’epoca in cui il potere e la società si sono incrociati nello stesso punto prima di allontanarsi di nuovo in orbiti troppo distanti tra loro.

Oleg Nesterov (n. 1961) - musicista, scrittore, regista e producer musicale russo, leader del complesso musicale "Megapolis", autore dei romanzi Gonna (Ad Marginem 2008) e Stoccolma celeste (Ripol-Classic 2016) nonchè di una serie di progetti musicali e teatrali tra cui il noto spettacolo Tratto dalla vita dei pianeti, basato sulle sceneggiature dei film degli anni 60 che non sono mai stati girati.

A.Y. Il Suo libro è un'opera di narrativa parzialmente basata su fatti reali, e allo stesso tempo è un lavoro di ricerca che propone un suggestivo contesto dell'epoca. Quale di questi generi Le è più vicino?

O.N. Stoccolma celeste è uno studio appassionato dell’epoca nel corso della quale mi trattenevo coscientemente dal passaggio al periodo ipotetico: “cosa sarebbe successo se…” ecc. Ogni frammento documentale è studiato a parte ed è confrontato con gli altri. La trama che narra la storia di un gruppo di ragazzi che diventano “costruttori di barzellette” è di per sé assai azzardata, ma risulta così bene incastonata nella cornice documentale che non fa venir nessun dubbio.

Così è successo con il suo primo romanzo Gonna, storia di un complesso rock sperimentale nella Germania degli anni'30 che si trasforma in uno degli assi della propaganda hitleriana. Alla fine il testo si è convertito in un vero e proprio istituto di ricerca incentrato sui simboli e sui “segnali” dell’epoca.

Sì, ed anche allora molti storici laureati mi facevano la stessa domanda: “Ma sei sicuro che questa cosa non è successa davvero?”. Stoccolma celeste è stata scritta in altri tempi, e la mia idea dei riferimenti dettagliati proposti a mo’ di postilla al romanzo ha assunto la forma di un sito specializzato sul quale si possono leggere interviste, guardare foto e ottenere ulteriori informazioni supplementari. L’editore del mio primo libro l’ha definito un “racconto in stile vintage”, ma anche “collezione di simboli” o “laboratorio di ricerca” mi sembrano definizioni assai appropriate.

Che cosa è nato prima: la trama o il desiderio di studiare con il microscopio un’epoca concreta?

Accade sempre così: basta tirare un cordoncino per cominciare a ravviare la matassa e alla fine mi trovo su un campo sterminato. Così è nato il progetto Tratto dalla vita dei pianeti, e così è successo quando una storia paradossale sugli studenti architetti dello studio di Albert Speer si è trasformata in un calco dell’epoca. In vita mia non ho mai incontrato nessuno che avesse inventato almeno una barzelletta. Allo stesso tempo, il boom che le barzellette sovietiche hanno avuto negli anni del dopoguerra è un argomento troppo interessante che mi ha condotto in un altro spazio di ricerca. Poi si è aggiunta anche la musica, mi sono dedicato al progetto Tratto dalla vita dei pianeti per tornare poi di nuovo all’idea letteraria iniziale. La prima pietra di Stoccolma celeste è datata al 2008.

Il testo è diviso in sette capitoli, di cui ciascuno corrisponde ad un anno, dal 1962 al 1968. Uno dei personaggi definisce questi tempi come “l'epoca dello Stato creativo”.

O meglio dire dello Stato sperimentatore generato dalla società che si dedica alla trasformazione del mondo in chiave creativa. È stato un fenomeno senza precedenti.

È un periodo di duplice caratteristica: l’entusiasmo e il fuoco che animavano l’intero Paese alla fine si sono trasformati in una catena delle opportunità perse.

Entrambi i punti di vista non hanno tutti torti, ma per me prevale il primo. Che ci sia stato il fuoco, non ve n’è dubbio; al perché si sia spento ho tentato di rispondere nelle pagine di questo libro.

In che cosa consiste la natura di questo fuoco?

Innanzitutto, in una carica colossale di anti-fragilità: non si tratta di resistenza, ma proprio di quella anti-fragilità che il popolo ha accumulato nel periodo del primo dopoguerra. I sacrifici e i guai l’hanno temperato in modo tale che tutte le miserie lo rendevano ancora più forte. Poi, quando la paura ha ceduto il posto alle prospettive del futuro per guardare non avanti, ma dentro, è apparsa quella sensazione della libertà di dire a sé stessi: siamo capaci di fare ciò che vogliamo e nessuno potrà mai fermarci. Nel libro di Vail’ e Ghenis, al quale mi riferisco spesso [P. Vail, A. Ghenis. Anni 1960. Il mondo di un uomo sovietico, uscito per la prima volta nel 1988 e riedito da Corpus nel 2013], c’è una definizione degli anni 60 come di un genere dell’epoca vittoriana dell’URSS. Giustissimo. Lo stesso leader dello Stato, Nikita Chruščëv, con tutti i suoi salti mortali, dirigeva il Paese con molta creatività, e quindi i processi da lui lanciati hanno trovato l’appoggio non tanto di una semplice somma di 250 milioni di persone coinvolte, quanto del quadrato della somma, funzione di secondo grado, grazie ai molteplici legami reciproci. La convergenza dei fisici e dei lirici, dei chimici con i calciatori ha creato un effetto cumulativo talmente potente che tutto il paese ha creduto nella propria invincibilità.

Come mai un impulso così forte alla fine è svanito?

È arrivato il momento di fare un altro passo avanti, e si trattava di un passo assai serio. Era legato al movimento verso il mondo interiore. È successo che semplicemente il paese era proiettato a costruire ciò in cui non credeva. Il poeta Andrej Vosnesenskij affermava che il disgelo era finito ancora prima delle dimissioni di Chruščëv, avvenute nel 1964; forse nel 1963 o nel 1962, quando divenne chiaro che il socialismo dal volto umano non era il massimo dei sogni e ci volevano ben altre conquiste filosofiche e mentali. Qualcuno cercò un'alternativa nell’individualismo, altri si dedicarono alla religione.

Stoccolma celeste è oltre tutto un modello immaginario dello Stato in cui combaciano gli impulsi del capitalismo e la filosofia socialista. L’utopia che sarebbe potuta avverarsi se il potere avesse rinunciato a quei dogmi che alla fine l’hanno fatto affondare.

Qui è opportuno riferirsi al noto articolo di Sacharov Riflessioni sul progresso, la convivenza pacifica e la libertà intellettuale. Per lui, il capitalismo e il socialismo non possono fare a meno l’uno dell’altro: come se si trattasse di una nuova pianta rampicante innestata nel vecchio tronco. Sacharov parlava di convergenza: bisognava prendere tutto il meglio dalla radice e dai germogli. Il ruolo di quest’ultimi spettava appunto al socialismo. Secondo la mentalità capitalista il lavoro è una rincorsa ad una gratificazione materiale, mentre il socialismo attribuisce il valore più grande al processo. La società poteva ruotare in questa direzione: anche nei vertici si parlava molto dei difetti e si preparava un ampio programma di riforme che sarebbero dovute essere proclamate ufficialmente nel novembre del 1964. Le famose riforme di Kosygin [Aleksej Kosygin, premier dell’Unione Sovietica nel 1964-1980] non sono altro che deboli reminiscenze di quei progetti. Nell'estate del 1964 Chruščëv parlava alla Seduta plenaria del Consiglio Supremo dell’abolizione del sistema di passaporti, dell’introduzione della corte dei giurati, della limitazione dei diritti degli orga-ni punitivi, dell’apertura delle frontiere in ambo le direzioni. La riduzione della censura è iniziata un po’ prima, dopo la conversazione tra Aleksandr Tvardovskij [scrittore, poeta, allora direttore della rivista Novyj Mir] e Chruščëv e la pubblicazione di Una giornata di Ivan Denisovič. Chruščëv era pronto a realizzare tutto questo.

Che cosa l'ha fermato?

Poco dopo è successo il Maneggio [1 dicembre 1962, la visita di Chruščëv alla mostra della pittura avanguardista tenutasi nel Maneggio di Mosca e la sua diatriba contro l’arte nuova], ispirato dagli artisti della vecchia scuola di Mosca, i quali per motivi di lucro volevano a tutti costi allontanare i giovani dalla “mangiatoia”. Il 30 novembre 1962 Evgenij Evtushenko, Andrej Vosnesenskij e Robert Rozhdestvenskij hanno letto le loro poesie allo stadio del Palazzo Sportivo Luzhniki; questo è stato decisamente il picco e il momento cruciale del disgelo. Nel Politburo si sono rafforzati gli opponenti delle riforme pronti a tutto pur di soffocare il movimento giovanile sia in campo politico che in quello culturale.

Sia in Gonna che in Stoccolma celeste ci sono molti esempi della partecipazione dello Stato ai processi culturali. Ne deriva che la cultura sia una sorta di maschera dell’ossigeno capace di salvare a vita nei momenti critici.

Sì, la cultura influisce direttamente sullo spirito dello Stato; il compito di quest’ultimo sta nell’offrire alla cultura il massimo sostegno senza immischiarsene per nessuna ragione. Il potere e l’ideologia possono cambiare, mentre la cultura rimane se stessa per sempre essendo gestita dalle leggi interiori. Credo che in tutti i tempi la cultura fosse sponsorizzata o dal denaro o dal potere, ma lo spartiacque sta nel fatto che la cultura, pur essendo sostenuta in questo modo, deve rimanere libera, altrimenti perderà la propria sostanza, si trasformerà in un simulacro. Il compito dell’artista è quello di far entrare in questo mondo un’idea che bussa alla porta: lui rimane sempre servitore dell’idea e non deve assolutamente sentirsi disturbato da ciò che accade intorno. Alla pari, la gente dell’arte non deve mai intromettersi nella politica: è un gioco dalle regole completamente diverse, e giocare proponendo le proprie regole è inutile, anzi, dannoso. L’arte può influire sulla politica nel senso più profondo quando si tratta di formazione personale. In sostanza, l’artista dialoga con tutti, e la plurivalenza di questo dialogo corrisponde direttamente alla grandezza del talento.

In Stoccolma celeste ci sono molti personaggi reali, tra cui la scrittrice Liudmila Petrushevskaja, il poeta e sceneggiatore Gennadij Shpalikov, il primo conduttore del KVN [Club dell’allegria e dell’inventiva, una trasmissione televisiva comica] Albert Axelrod. Un gruppo a parte è formato dai musicisti, i quali, mi sembra di capire, Le sono più familiari?

Sì, uno dei protagonisti del libro che si occupa professionalmente di musica è Yuri Mukhin, il primo suonatore di chitarra elettrica dell’URSS. Dopo aver letto con piacere il mio romanzo lui ha detto di avere ora tre amici in più. L’altro è Leonid Garin, scomparso molto fa; egli era noto come suonatore di vibrofono, uno strumento assai raro. Ho appreso molto su di lui dai racconti di Mukhin, con cui erano amici. Con Mukhin abbiamo conversato parecchio, e le sue storie hanno arricchito molto la trama del romanzo. Tutte le sue peripezie del romanzo sono vere: tournee, traversie con la chitarra elettrica, concerti con gli zingari e così via, non ho inventato nulla.

Nello stesso tempo nei commenti Lei confida di aver cambiato spesso l'ordine cronologico e di aver “regalato” ad alcuni personaggi delle frasi che in verità sono state dette da altre persone. È chiaro quindi che il documento storico come tale Le interessa molto meno del cosidetto “spirito del tempo”.

Prima di tutto bisogna innamorarsi dell'epoca e provare a vivere per un po' di tempo con questo amore. Di seguito cominciano a venirti in mente eventi, fatti e cose sorprendenti legati all’epoca. Dopo circa cinque anni bisogna selezionare tutta la ricchezza storica accumulata e scegliere i fatti più emozionanti, sconosciuti e brillanti, i quali, e questo è un punto molto importante, hanno influenzato il nostro presente.

Come la collezione dei fatti si trasforma in un libro?

Ho distribuito tutti i fatti raccolti in ordine cronologico, e alla fine sono riuscito a fare cinque timeline: storia generale del paese, economia (un altro argomento molto importante del libro), club KVN, KGB e biografia di Yuri Mukhin. Queste timeline le ho stampate e le ho incollate su fogli di carta whatman, avendo formato così una cornice illustrativa dell’epoca in cui sono riuscito ad incastonare la parte narrativa. Il mio compito stava in ciò che si chiama aberrazione della vicinanza: volevo allontanarmi quanto piu' possibile dalla valutazione degli eventi e dalla loro dipendenza reciproca. I miei protagonisti non se ne rendevano conto, e la mia intenzione era quella di entrare nell’epoca e attraversarla come una formica attraversa il testo di Guerra e pace, senza sapere chi o che cosa sia Tolstoj, il romanzo, il libro, le righe e le parole. La cornice storica mi ha permesso di sintonizzarmi con questo processo.

Quindi l'importante non è tanto trovare un documento storico quanto sintonizzarlo nel contesto dell'epoca. Un’opera quasi musicale, insomma.

Dopo Stoccolma celeste ho capito che la mia professione principale consiste nel lavorare con i blocchi informativi e nella loro colorazione; lo scopo è quello di attirare l’attenzione su alcune informazioni nell’epoca dei sovraccarichi informativi. Lo stesso principio sta alla base della mia attività musicale: ad esempio lo spettacolo Tratto dalla vita dei pianeti è basato su materiale storico legato a sceneggiature ritrovate.

L'aberrazione della vicinanza è dovuta anche alla scelta di un punto di vista diverso: il piccolo sembra grande e viceversa. Quanto è importante per Lei la nozione del progresso applicata allo studio di un’epoca storica?

A questo argomento sono dedicati alcuni passaggi del libro, tra cui anche la scena in cui ho trascritto in dialoghi dei personaggi la quintessenza dell’articolo di Solzhenitsyn Lettera ai capi dell’Unione Sovietica. I personaggi del libro ne parlano nel ristorante dell’hotel Sovetskaja che ora si chiama “Yar”. Solzhenitsyn diceva che la nozione tradizionale del progresso come moto diretto può portare la nostra civiltà ad un vicolo cieco. Un altro episodio illustrativo del romanzo è la dimostrazione del film intitolato Listopad ("Sfrondamento"): la raccolta dell’uva in Giorgia, gli uomini a tavola, la campana della chiesa che non smette di suonare, tutto questo, si dice Petya, uno dei personaggi del libro, rimarrà immutabile per sempre. Ad un certo punto tutti i personaggi del romanzo cominciano a sentirsi a disagio e si salvano come possono: l’uno se ne va lontano, l’altro si ferma un po’ più vicino, il terzo rimane, ma io provo a suggerirgli dove sta la sua salvezza.

Il terzo è Petya, che nella scena finale vede il proprio riflesso?

Lui rimane a tu per tu con sé stesso. Davanti lo aspettano tempi molto duri, ma il suo progresso personale consiste nel proseguire a tutti costi il cammino e svilupparsi continuamente.

Petya è uno di tre amici che all'inizio del libro sono assunti dal KGB per svolgere un lavoro paradossale: comporre aneddoti. L’argomento è senz’altro originale, gli aneddoti possono essere considerati uno dei generi nazionali della creatività orale. Oggi però, a quanto sembra, questo genere è un po’ in declino…

È vero, e ciò lo spiegherei sopratutto con la mutazione dei mezzi di comunicazione. L’aneddoto, ovvero una breve storiella comica basata spesso sull’assurdità, nasce in una situazione di divieto. Ora che il clima nel paese è cambiato ci si può esprimere ben più liberamente. Tant’è vero che neanche nei tempi di Stalin le barzellette erano molto diffuse: una barzelletta inopportuna poteva tranquillamente trasformarsi in dieci anni di carcere. L’aneddoto sovietico è in un certo senso un modo di misurare il grado della libertà interiore. È noto che Chruščëv richiedeva che gli portassero ogni mattina gli aneddoti più freschi e ci poneva molta attenzione. Di questo si tratta, tra l’altro, nella monografia di Mikhal Melnichenko, da dove ho preso molti degli aneddoti citati nel romanzo.

Gli aneddoti sovietici, KVN, le riforme, i film, alcuni dei quali hanno avuto la fortuna di uscire senza grossi tagli: anche loro sono, in sostanza, personaggi del romanzo. Ed anche i monumenti di Mosca, accanto ai quali si svolgono molti episodi importanti, tra cui le conversazioni vicino al monumento a Gogol e la manifestazione del 1967 sotto il monumento a Pushkin. Quali monumenti Lei mostrerebbe oggi ad uno straniero entusiasta ma ignorante, il quale è venuto a Mosca e vuole cogliere subito il senso dell’attualità?

Sinceramente, lo porterei innanzitutto al parco Izmajlovo, nei terreni degli zar, nel bosco artificiale di tigli più grande in Europa. Ai tempi dello zar Aleksei Mikhajlovich la residenza del monarca non si trovava ad Ovest, dove adesso abitano i grandi del mondo, ma ad Est della capitale. Si potrebbe fare una passeggiata tra i sentieri del parco Izmajlovo, con tutti i suoi canali e laghetti, ricordarsi che all’epoca lì si coltivava l’uva nelle serre, e che lì Rastrelli costruì sul viale principale un palazzo di legno, mostrare la chiesa dove si sposarono segretamente la zarina Elizaveta con il conte Razumovskij; non è lontano dalla stazione ferroviaria Perovo. E poi prendere "sapsan" [treno ad alta velocità tra Mosca ed alcune città russe] e andare a San Pietroburgo. Secondo me, a Piter la memoria storica è presentata in tutta la sua integralità, indipendentemente dall’itinerario selezionato. I monumenti come tali non bastano: bisogna trovare un’ottica giusta per percepire il messaggio storico; un “hardware” senza il “software” non vale nulla. Un viaggio simile sarebbe utile per tutti coloro che vivono in Russia: per svegliarsi, accendere la memoria e vedere come le cose sono andate realmente.

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