Russa versione

Pubblicazioni

Ricerca

[]

Denise Silvestri: "Il traduttore deve trovare una voce inconfondibile e personalizzata che sia adatta all’autore"

режим чтения

testo: Aleksandr Yusupov

Denise Silvestri è traduttrice dal russo e dall’inglese, revisora e redattrice. Ha tradotto in italiano opere di Fazil’ Iskander, Vladimir Sorokin, Viktor Pelevin, Elena Čižova, Il’ja Stogoff, e ha preparato alla stampa i volumi di Vasilij Aksënov, Anna Politkovskaja, Arkadij Babčenko. Nel 2014 ha vinto con la traduzione del romanzo La giornata di un opričnik di Vladimir Sorokin il premio Von Rezzori 2014 per la migliore opera di narrativa straniera tradotta in Italia. 

Dove hai studiato, come ha deciso di dedicarsi all’arte della traduzione?

Mi sono laureata in lingue letterature straniere all’Università Statale di Milano nel 2001, specializzandomi in letteratura russa contemporanea con il professor Gian Piero Piretto. Dopo la laurea ho iniziato a lavorare come redattrice freelance per varie case editrici italiane, occupandomi dei libri più svariati, dalla narrativa alla saggistica fino alla manualistica, tradotti da diverse lingue o scritti direttamente da autori italiani. Quando mi è capitata per le mani l'occasione di tradurre l’ho presa al volo. Ora quella di traduttrice letteraria è la mia occupazione principale.

Quali sono le origini dell’interesse alla letteratura russa?

In tutta sincerità io l’ho scoperta piano piano. Mi ero iscritta all’università perché amante delle lingue. Credo di aver scelto russo proprio per la sua complessità, era una bella sfida. Ma a Milano, se vuoi studiare lingue a livello universitario, devi occuparti anche di letteratura. Insomma, mi ci hanno tirato dentro e benedico ogni giorno che sia successo, perché poi è stato un colpo di fulmine, di quelli che durano una vita.

Quali erano o sono tuttora i tuoi punti di riferimento?

Ho capito fin da subito che ero più attratta dalla letteratura più vicina ai giorni nostri. Provavo grande rispetto per i classici più antichi ma già in troppi se ne occupavano. La scintilla è scoccata con Bulgakov, Zoščenko, Platonov e soprattutto con Aksënov. Restano loro i miei punti di riferimento anche oggi.

Quale è stata la tua prima traduzione pubblicata?

È stata una traduzione dall’inglese: Il peggior viaggio del mondo di Apsley Cherry Garrard, una traduzione a tre mani. La prima dal russo Boys don't cry di Il’ja Stogoff. Se penso a quanto ero acerba mi sento male! Non che oggi sia perfetta... tutt’altro. Più traduci più migliori, in teoria.

Il’ja Stogoff. Boys don't cry. Isbn Edizioni 2006

Ti ricordi delle tue prime difficoltà?

Che ero davvero un’incosciente. Ma in fondo da qualche parte si deve pur incominciare. Avevo dalla mia una buona preparazione universitaria e il lavoro di redazione, un’esperienza che mi ha insegnato tantissimo, sotto ogni punto di vista, ma tradurre è un po’ diverso. Lì non devi suggerire varianti e correggere il lavoro di qualcun altro: devi fare scelte da subito, devi decidere tu e prendertene la responsabilità fino in fondo.

Se dovessi formare la classifica di tre opere chiave per avvicinarsi alla letteratura russa, quali opere proporresti?

Non me ne vogliano gli amanti dei classici ottocenteschi, ma in Italia c’è molto da fare per la letteratura russa contemporanea, quindi è lì che vorrei che il lettore italiano imparasse a tuffarsi. Dunque proporrei: Il maestro e Margherita di Bulgakov, Il biglietto stellato di Vasilij Aksenov e infine un bel Sorokin, magari La tormenta, per non sconvolgere troppo il lettore. Dici che sono un po’ di parte?

Direi che è un elenco buono e impegnativo, dato che ciascuna di queste opere apre uno strato particolare della letteratura russa. Torniamo alla traduzione: quali sono, secondo te, i criteri della traduzione riuscita bene o fatta male?

Una traduzione fatta bene è una traduzione onesta, in cui il traduttore ha fatto tutto il possibile, ha trovato una voce adatta a quell’autore, anche se la voce è la sua (i granchi capitano a tutti, anche ai mostri sacri, quindi su quello non mi baso), l’ha lasciata in mano con fiducia a un revisore, possibilmente dal russo, e ai redattori con cui il traduttore deve avere possibilità di dialogare sempre, ma con umiltà. Uno dei problemi maggiori dell’editoria italiana è il poco uso di revisori e redattori che conoscono la lingua di partenza di una traduzione e si affidano solo alle conoscenze del traduttore.

Vladimir Sorokin. La tormenta. Bompiani 2016

Esistono, secondo te, le opere intraducibili, impossibili da tradurre? Se si, ci potrebbe dare un esempio?

Intraducibili no, però quelle molto molto difficili da tradurre sì. Sto pensando al Finnegan’s Wake di Joyce, per esempio, ma anche Palisandra di Saša Sokolov. So che su quest’ultimo si è messo con coraggio Mario Caramitti, quindi è in buone mani. Non vedo l’ora di vedere il risultato.

Che capacità includeresti nella terna delle qualità essenziali per fare il lavoro del traduttore?

Padroneggiare molto bene la lingua di arrivo. Conoscere abbastanza bene quella di partenza e la cultura di quel paese (ci sono infinità di strumenti linguistici, digitali e non, compresi gli amici madrelingua, per svolgere ricerche e supplire alle proprie piccole mancanze nel corso di una traduzione). E infine la cosa più importante, secondo me, ma non solo secondo me, uno strano guizzo, una scintilla, un istinto che nessuno ti può insegnare.

Quindi devi averlo sin dalla nascita?

Ce l’hai o non ce l’hai. Se a un certo punto ti accorgi che ti manca, meglio lasciar perdere. Ci sono di certo lavori meglio pagati e rispettati del traduttore letterario.

Hai tradotto molte opere della letteratura russa contemporanea. Quando traduci ti metti in contatto con l’autore?

Non è indispensabile, a volte solo necessario. Se non riesco a risolvere un dubbio, chi meglio dell’autore per spiegarmelo?

Non è mai stato...imbarazzante?

Quando ero più giovane e timorosa avevo molta paura di contattare un autore: e se poi la mia domanda è stupida? Se la infarcisco di errori? Cosa penserà di me? Ora è tale e tanta la curiosità e il bisogno di fare tutto il possibile, come dicevo prima, per svolgere il mio lavoro con onestà che tengo un pochino più sotto controllo le mie ansie.

Vladimir Sorokin. Manaraga. Bompiani 2018

È possibile una rivoluzione nella traduzione? O la fama del rivoluzionario va sempre e senza eccezioni all’autore?

L’unica rivoluzione giusta e possibile che i traduttori letterari devono portare avanti è quella della dignità del lavoro. Compensi degni, continuità di lavoro, contratti rispettosi e non infarciti di clausole vessatorie. Io nel mio piccolo ci sto provando in Strade, la sezione del Sindacato CGIL dei traduttori editoriali, insieme ad altri colleghi che traducono anche da altre lingue. Poi ci sono associazioni come AITI e ANITI. L’importante che i traduttori non restino soli e non si vedano fra loro come concorrenti.

  • Commenti [0]

    Lasciare il commento