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Alessandro Niero: "Zamjatin ha impresso un profilo scientifico delle basi del totalitarismo"

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Testo: Aleksandr Yusupov

Opera "matematica", "precisa", "delineata"; questi potrebbero essere le definizioni del romanzo Noi di Evgenij Zamjatin. La trama, raccontata nella forma del diario, si svolge nello Stato Unico del futuro; l'io narrante, un genio della matematica D-503 (nel XXXII secolo i nomi cederanno posto ad una sequenza di simboli), è coinvolto, con l'incarico dell'ingegnere generale, nella costruzione dell'Integrale, nuovo velivolo spaziale che permetterà di espandere il regime in tutto l'Universo. Molti elementi narrativi e tecnici pensati da Zamjatin si trovano poi nella prosa dei grandi autori delle antiutopie, tra i quali Georges Orwell (1984, 1948), Aldous Huxley (Il mondo nuovo, 1932), Ray Bradbury (Fahrenheit 451, 1953); il suo linguaggio sembra di essere una prova eccellente di una delle più note espressioni dell'autore – "la grande letteratura la fanno i pazzi, gli eremiti, gli eretici, i sognatori, i ribelli".

Il romanzo scritto nel 1920 fu severamente censurato nella seconda metà degli anni 20; la persecuzione costrinse Zamjatin di scrivere una lettera a Stalin e richiedere il permesso di abbandonare il paese, richiesta che fu esaudita nel 1931. Senza mai perdere il contatto con la patria, Zamjatin nel 1935 partecipa al Congresso antifascista dei rappresentanti della cultura come membro della delegazione sovietica. Muore a Parigi nel 1937. Il romanzo Noi, tradotto in decine di lingue in tutto il mondo, è stato riedito in Russia soltanto nel 1988.

Leggere un estratto del romanzo Noi (Voland, 2013) nella rubrica "Frammenti"

A.Y. Per quale motivo ha deciso di riproporre al lettore il romanzo di Zamjatin?

A.N. Per evitare di essere strangolato dalla direttrice della casa editrice Voland (presso cui è uscito il romanzo), Daniela Di Sora, che da anni mi sollecitava a intraprendere questo lavoro. Scherzi a parte, si tratta di un progetto che accarezzavo da tempo, avendo una qualche confidenza con lo stile di Zamjatin (sempre per Voland nel 1999 è uscito per mia cura, ma tradotto con Sergio Pescatori, Racconti inglesi, titolo di fantasia sotto cui ho radunato Isolani e Il pescatore di uomini) e considerato che la traduzione di Ettore Lo Gatto, risaliva al 1955 (Bergamo-Milano, Minerva Italica). Come tutte le traduzioni, andava storicizzata, il che non significa abbandonata, ma affiancata da almeno un'altra, più moderna. Inoltre, rispetto a Lo Gatto, ho potuto avvalermi di una nuovissima edizione di Noi (uscita nel 2011), filologicamente più corretta di quella usata da Lo Gatto (New York, Izdatel'stvo imeni Čechova, 1952). Insomma si tratta della riproposizione di un classico del primo Novecento che meritava di essere fatta.

L’identità d'autore di Evgenij Zamjatin è stata formata sulla dolorosa linea di rottura tra le due epoche. Šklovskij disse che dopo la rivoluzione Zamjatin "aveva rotto contro il ginocchio" il proprio modo di scrivere. Quale stato d'animo ci vuole per cominciare a tradurlo?

Lo stato d'animo di chi sia attratto dell'antiutopia, il cui fascino continua a essere, a mio avviso, vivissimo. La società totalitaristica dipinta da Zamjatin è tematicamente ancora capace di susucitare interesse. C'è qualche cosa di intrigantemente sinistro nell'offrire l’immagine di una società perfetta (quali che ne siano le conseguenze sul piano umano) e iperregolata. Ma in Zamjatin la creazione di questo mondo dove regna l'ipertrofia dello stato e delle macchine è inscindibile dalla lingua usata dallo scrittore. Voglio con ciò dire che, al di là della fascinazione esercitata dall'argomento su un traduttore e, quindi, della spinta emotiva che può indurlo a intraprendere una versione italiana, quello stesso traduttore deve conoscere non superficialmente Zamjatin ed essere in grado di cogliere il rapporto stretto esistente fra la sua saggistica (mi riferisco in particolare a Tecnica della prosa) e la sua produzione artistica (non solo Noi, ma anche In provincia e, soprattutto, Isolani). In Tecnica della prosa (e in altri saggi) Zamjatin ha avuto la straordinaria lucidità di focalizzare nei particolari le sue stesse peculiarità stilistiche, aprendoci la porta del suo laboratorio, dandoci modo di apprezzarle sul piano, appunto, tecnico, e, in un certo senso, venendo in aiuto al traduttore che può almeno tentare, con gli strumenti di un'altra lingua, di "imitare" la scrittura zamjatiniana.

Chi è oggi il lettore di Zamjatin in Italia?

A parte i colleghi russisti e, più in generale, slavisti, a parte gli studenti di lingua e letteratura russa (che sono tantissimi), a cui il libro può essere destinato come lettura curriculare, sono i curiosi di "cose russe" (che sono più di quanto si creda) ad avere una parte non trascurabile nell'apprezzamento di Noi. Quelli, per esempio, che ne ricordano la vecchia versione di Lo Gatto, poi sparita dagli scaffali delle librerie. Oppure quelli che sono disposti a ristabilire un po' d’ordine, quando apprenderanno che Orwell recensì (non generosissimamente) una versione francese di Noi nel 1946, ossia prima del suo 1984, che ha avuto immensa fortuna, ma che qualche debito con il romanzo di Zamjatin ce l'ha (in altre parole, l'anticipatore in materia di antiutopia è Zamjatin, non Orwell). Oppure quelli che, amanti della fantascienza e affini, decidono magari di arrivare a Noi attraverso il personaggio di THX 1138 di L'uomo che fuggì dal futuro (1971), film di Georges Lucas: del resto, anche in Noi i nomi dei personaggi sono dati come contrassegni alfanumerici e forse la consonanza non è casuale. Il lettore vero è un personaggio misterioso, per fortuna, e può muoversi dalle direzioni più impensate. Diciamo che è un po' questo il lettore che mi immagino quando, il 24 febbraio 2014, Noi verrà presentato da me e Valerio Magrelli e parzialmente letto da Stefania Rocca in una serata dedicata a Zamjatin all'Auditorium Parco della Musica di Roma, all'interno della rassegna VI RACCONTO UN ROMANZO, che quest'anno è dedicata al romanzo russo.

Il romanzo è stato scritto quasi un secolo fa. Come sarebbe lecito definirlo oggi: un artefatto dell’epoca postrivoluzionaria, un'antiutopia che profetizza il futuro o un'opera letteraria non soggetta alle circostanze del tempo?

Quasi cento anni non sono passati invano, naturalmente, e con il passare del tempo gli studi approfondiscono sempre di più l'importanza dei rimandi testuali alle fonti (letterarie, filosofiche, scientifiche, pubblicistiche) dell'epoca che si possono riscontrare nel romanzo. C'è quindi, indubbiamente, un legame stretto con la dimesione della profezia di quanto di lì a poco sarebbe avvenuto in epoca staliniana, della quale però, Zamjatin, per motivi puramente crologici, poteva soltanto intuire le forme. 1984 di Orwell, per esempio, è già in qualche misura più schiacciato sull'epoca staliana, fa ad essa riferimento più concreto, è in un certo senso più storicizzato. Quel tanto di necessariamente indefinito che sul totalitarismo Zamjatin ha detto, può paradossalmente tornare utile ora. Proprio perché Zamjatin ha impresso un profilo scientifico e in qualche misura astratto ai contenuti del libro, instaurando una dialettica fra i concetti di entropia ed energia, (dietro i quali si possono leggere altrettante opposizioni: 'conservazione' e 'progressismo', 'reazione' e 'rivoluzione', 'immobilità' e 'dinamismo', 'arcaismo' e 'innovatività', se vogliamo scomodare Tynjanov lato sensu), Noi si presta ancora molto bene a una interpretazione più ampia della solita logica di lettura che lo vuole "semplice" anticipatore di un'epoca storica ben definita e anticipatore delle storture del totalitarismo comunista. Non voglio a tutti i costi attualizzare Noi, ma direi che lo si può applicare ai nostri giorni quando a scontrarsi sono concetti molto attuali come 'omologazione' e 'differenziazione' in chiave di critica verso ogni forma di pensiero dominante (anche in chiave politica, se si vuole). Noi, insomma, può essere una parabola utile a definire 'noi', noi di adesso nel nostro vivere quotidiano, un richiamo a non seguire la corrente, a non essere massa, bensì individuo; a identificarsi, quindi, con l'energia di I-330 e non con l'entropia di D-503. La fantasia, che nel romanzo viene asportata chirurgicamente a D-503, oggi come oggi rischia di esserci 'sfilata' da altri strumenti, che chiunque abbia figli in tenera età è perfettamente in grado di individuare.

Dopo l'uscita del romanzo molti scrittori lo considerarono come "libello utopistico" (espressione di Furmanov, autore di Čapaev), una caricatura sul comunismo. Zamjatin invece lo definiva come "segnale d'avvertenza di quanto possa essere pericoloso il potere ipertrofico delle macchine e dello stato, non importa quale". Adesso, quasi un secolo dopo, quando lo stato esercita altri, ben meno evidenti modi di manipolazione, come si legge, secondo lei, questo "messaggio", questo pathos del romanzo di Zamjatin?

Credo di avere parzialmente risposto a questa domanda sopra. Sono, comunque, dell'avviso che le parole di Zamjatin vadano prese drammaticamente sul serio. La manipolazione è ovunque, è difficilissimo sottarvicisi, soprattutto quando essa è subdola e abilmente camuffata. Dirò di più: sappiamo di essere manipolati e, in qualche misura, è perfino comodo limitarci a dire questa cosa, dimostrando di esserne consapevoli, per poi adagiarci dentro questo processo di controllo criptato che ci circonda. Paradossalmente, reagire sarebbe più facile in uno Stato Unico, dove il manipolatore ha un nome ed è, pur se lontano e intoccabile, facilmente identificabile. Il pathos di Zamjatin, quindi, può essere quello di drizzare le antenne perché gli artefici di un 'pensiero unico' sono tanti e ben mascherati. Purtroppo in Noi non si fa grande cenno a quanto la lingua sia importante nel veicolare contenuti distorti o adattati dai 'manipolatori' (la cosa è tremendamente attuale nella politica di oggi!), se non nei momenti in cui D-503 si accorge, ogni tanto, di esprimersi in modo metaforico, subito correggendosi e riportando la lingua alla sua funzione strettamente referenziale. Forse Zamjatin era troppo coinvolto dalla creazione di una lingua sua, di uno stile suo, che spiccasse (e spiccava di certo) all'epoca, per potersi soffermare su una 'neolingua' come fece Orwell in 1984. Quella di Zamjatin mi sembra più una lingua rivoluzionaria e meno una lingua che parla della rivoluzione totalitaria sulla lingua.

Lei è autore di una serie di ricerche incentrate sulla scrittura di Zamjatin. Quali sono altre opere di Zamjatin apprezzate dal lettore italiano? Quali sono le sue opere che lei, forse, pensa di tradurre e di pubblicare nel prossimo futuro?

Per il lettore, anche quello forte, credo Zamjatin sia una specie di homo unius libri, ossia l'autore di Noi. Io, invece, sono dell'opinione che le opere di Zamjatin meriterebbero – come è già stato per Isaak Babel' – un Meridiano di Mondadori, ossia un grosso volume che raccolga sotto un'unica copertina ciò che è già stato pubblicato in italiano in modo asistematico negli ultimi 80 anni e ponga definitivamente lo scrittore tra i classici nel Novecento. Infatti non sono poche le cose zamjatiniane tradotte, ma sono apparse in singoli volumi o volumetti o in rivista (ne fornisco un elenco a p. 275 di Noi): si va dai racconti di ogni periodo fino a Noi e non manca persino un'opera teatrale (il teatro dello scrittore è stato complessivamente poco considerato: andrebbe offerto al pubblico italiano, per esempio, almeno I fuochi di San Domenico). Il meno tradotto è il primissimo Zamjatin (a parte In provincia), che è anche il meno agevole da traghettare in italiano. Piuttosto trascurato è anche il Zamjatin saggista (a parte il già menzionato Tecnica della prosa): in un eventuale 'volumone' andrebbe indubbiamenre contemplata anche una parte dei suoi scritti di critica letteraria e di teoria della letteratura (che stilisticamente sono quasi altrettanto apprezzabili che le sue opere artistiche in senso stretto). Non vedo editori pronti a gettarsi in un'impresa del genere. Certo, se all'orizzonte si affacciasse un regista capace di tradurre intersemioticamente, ossia dalle parole alle immagini filmiche, il livido universo di Noi, credo che le cose potrebbero cambiare.

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